Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/208

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202 canto


32
     Debbo forse ire in Frisa, ove io potei,
e per te non vi volsi esser regina?
il che del padre e dei fratelli miei
e d’ogn’altro mio ben fu la ruina.
Quel c’ho fatto per te, non ti vorrei,
ingrato, improverar, né disciplina
dartene; che non men di me lo sai:
or ecco il guiderdon che me ne dai.

33
     Deh, pur che da color che vanno in corso
io non sia presa, e poi venduta schiava!
prima che questo, il lupo, il leon, l’orso
venga, e la tigre e ogn’altra fera brava,
di cui l’ugna mi stracci, e franga il morso;
e morta mi strascini alla sua cava. —
Cosí dicendo, le mani si caccia
ne’ capei d’oro, e a chiocca a chiocca straccia.

34
     Corre di nuovo in su l’estrema sabbia,
e ruota il capo e sparge all’aria il crine;
e sembra forsennata, e ch’adosso abbia
non un demonio sol, ma le decine;
o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia,
vistosi morto Polidoro al fine.
Or si ferma s’un sasso, e guarda il mare;
né men d’un vero sasso, un sasso pare.

35
     Ma lasciánla doler fin ch’io ritorno,
per voler di Ruggier dirvi pur anco,
che nel piú intenso ardor del mezzo giorno
cavalca il lito, affaticato e stanco.
Percuote il sol nel colle e fa ritorno:
di sotto bolle il sabbion trito e bianco.
Mancava all’arme ch’avea indosso, poco
ad esser, come giá, tutte di fuoco.