Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/241

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undecimo 235


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     Chi d’una fromba e chi d’un arco armato,
chi d’asta, chi di spada, al lito scende;
e dinanzi e di dietro e d’ogni lato,
lontano e appresso, a piú poter l’offende.
Di sí bestiale insulto e troppo ingrato
gran meraviglia il paladin si prende:
pel mostro ucciso ingiuria far si vede,
dove aver ne sperò gloria e mercede.

49
     Ma come l’orso suol, che per le fiere
menato sia da Rusci o da Lituani,
passando per la via, poco temere
l’importuno abbaiar di picciol cani,
che pur non se li degna di vedere;
cosí poco temea di quei villani
il paladin, che con un soffio solo
ne potrá fracassar tutto lo stuolo.

50
     E ben si fece far subito piazza
che lor si volse, e Durindana prese.
S’avea creduto quella gente pazza
che le dovesse far poche contese,
quando né indosso gli vedea corazza,
né scudo in braccio, né alcun altro arnese;
ma non sapea che dal capo alle piante
dura la pelle avea piú che diamante.

51
     Quel che d’Orlando agli altri far non lece,
di far degli altri a lui giá non è tolto.
Trenta n’uccise, e furo in tutto diece
botte, o se piú, non le passò di molto.
Tosto intorno sgombrar l’arena fece;
e per slegar la donna era giá volto,
quando nuovo tumulto e nuovo grido
fe’ risuonar da un’altra parte il lido.