Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/280

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274 canto


24
     Era Corebo di Bilbao nomato
quel di ch’io parlo, che con noi rimase;
che da fanciullo picciolo allevato
s’era con lui ne le medesme case.
Poter con lui communicar l’ingrato
pensiero il traditor si persuase,
sperando ch’ad amar saria piú presto
il piacer de l’amico, che l’onesto.

25
     Corebo, che gentile era e cortese,
non lo potè ascoltar senza gran sdegno:
lo chiamò traditore, e gli contese
con parole e con fatti il rio disegno.
Grande ira all’uno e all’altro il core accese,
e con le spade nude ne fêr segno.
Al trar de’ ferri, io fui da la paura
volta a fuggir per l’alta selva oscura.

26
     Odorico, che mastro era di guerra,
in pochi colpi a tal vantaggio venne,
che per morto lasciò Corebo in terra,
e per le mie vestigie il camin tenne.
Prestògli Amor (se’l mio creder non erra),
acciò potesse giungermi, le penne;
e gl’insegnò molte lusinghe e prieghi,
con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.

27
     Ma tutto è indarno; che fermata e certa
piú tosto era a morir, ch’a satisfarli.
Poi ch’ogni priego, ogni lusinga esperta
ebbe e minaccie, e non potean giovarli,
si ridusse alla forza a faccia aperta.
Nulla mi val che supplicando parli
de la fé ch’avea in lui Zerbino avuta,
e ch’io ne le sue man m’era creduta.