Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/342

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336 canto


52
     Vèr la palude, ch’era scura e folta
di verdi canne, in gran fretta ne viene;
che disegnato avea correre in volta,
e uscire al paladin dietro alle schene;
che ne la rete, che tenea sepolta
sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
come avea fatto gli altri peregrini
che quivi tratto avean lor rei destini.

53
     Come venire il paladin lo vede,
ferma il destrier, non senza gran sospetto
che vada in quelli lacci a dar del piede,
di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
Quivi il soccorso del suo corno chiede,
e quel sonando fa l’usato effetto:
nel cor fere il gigante che l’ascolta,
di tal timor, ch’a dietro i passi volta.

54
     Astolfo suona, e tuttavolta bada;
che gli par sempre che la rete scocchi.
Fugge il fellon, né vede ove si vada;
che, come il core, avea perduti gli occhi.
Tanta è la tema, che non sa far strada,
che ne li proprii aguati non trabocchi:
va ne la rete; e quella si disserra,
tutto l’annoda, e lo distende in terra.

55
     Astolfo, ch’andar giú vede il gran peso,
giá sicuro per sé, v’accorre in fretta;
e con la spada in man, d’arcion disceso,
va per far di mill’ani me vendetta.
Poi gli par che s’uccide un che sia preso,
viltá, piú che virtú, ne sará detta;
che legate le braccia, i piedi e il collo
gli vede sí, che non può dare un crollo.