Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/343

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quintodecimo 337


56
     Avea la rete giá fatta Vulcano
di sottil fil d’acciar, ma con tal arte,
che saria stata ogni fatica invano
per ismagliarne la piú debol parte;
et era quella che giá piedi e mano
avea legate a Venere et a Marte.
La fe’ il geloso, e non ad altro effetto,
che per pigliarli insieme ambi nel letto.

57
     Mercurio al fabbro poi la rete invola;
che Cloride pigliar con essa vuole,
Cloride bella che per l’aria vola
dietro all’Aurora, all’apparir del sole,
e dal raccolto lembo de la stola
gigli spargendo va, rose e vïole.
Mercurio tanto questa ninfa attese,
che con la rete in aria un dí la prese.

58
     Dove entra in mare il gran fiume etïopo,
par che la dea presa volando fosse.
Poi nel tempio d’Anubide a Canopo
la rete molti seculi serbosse.
Caligorante tremila anni dopo,
di lá, dove era sacra, la rimosse:
se ne portò la rete il ladrone empio,
et arse la cittade, e rubò il tempio.

59
     Quivi adattolla in modo in su l’arena,
che tutti quei ch’avean da lui la caccia
vi davan dentro; et era tocca a pena,
che lor legava e collo e piedi e braccia.
Di questa levò Astolfo una catena,
e le man dietro a quel fellon n’allaccia;
le braccia e ’l petto in guisa gli ne fascia,
che non può sciorsi: indi levar lo lascia.