Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/63

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terzo 57


60
     Cosí con voluntá de la donzella
la dotta incantatrice il libro chiuse.
Tutti gli spirti allora ne la cella
spariro in fretta, ove eran l’ossa chiuse.
Qui Bradamante, poi che la favella
le fu concessa usar, la bocca schiuse,
e domandò: — Chi son li dua sí tristi,
che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?

61
     Veniano sospirando, e gli occhi bassi
parean tener d’ogni baldanza privi;
e gir lontan da loro io vedea i passi
dei frati sí, che ne pareano schivi. —
Parve ch’a tal domanda si cangiassi
la maga in viso, e fé’ degli occhi rivi,
e gridò:—Ah sfortunati, a quanta pena
lungo instigar d’uomini rei vi mena!

62
     O bona prole, o degna d’Ercol buono,
non vinca il lor fallir vostra bontade:
di vostro sangue i miseri pur sono:
qui ceda la iustizia alla pietade. —
Indi soggiunse con piú basso suono:
— Di ciò dirti piú inanzi non accade.
Statti col dolcie in bocca, e non ti doglia
ch’amareggiare al fin non te la voglia.

63
     Tosto che spunti in ciel la prima luce,
piglierai meco la piú dritta via
ch’al lucente castel d’acciai’ contluce,
dove Ruggier vive in altrui balia.
Io tanto ti sarò compagna e duce,
che tu sia fuor de l’aspra selva ria:
t’insegnerò, poi che saren sul mare,
sí ben la via, che non potresti errare. —