Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/10

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4 canto


12
     Non sasso, merlo, trave, arco o balestra,
né ciò che sopra il Saracin percuote,
ponno allentar la sanguinosa destra
che la gran porta taglia, spezza e scuote:
e dentro fatto v’ha tanta finestra,
che ben vedere e veduto esser puote
dai visi impressi di color di morte,
che tutta piena quivi hanno la corte.

13
     Suonar per gli alti e spazïosi tetti
s’odono gridi e feminil lamenti:
l’afflitte donne, percotendo i petti,
corron per casa pallide e dolenti;
e abbracciati gli usci e i genïali letti
che tosto hanno a lasciare a strane genti.
Tratta la cosa era in periglio tanto,
quando ’l re giunse, e suoi baroni accanto.

14
     Carlo si volse a quelle man robuste
ch’ebbe altre volte a gran bisogni pronte.
— Non séte quelli voi, che meco fuste
contra Agolante (disse) in Aspramonte?
Sono le forze vostre ora sí fruste,
che, s’uccideste lui, Troiano e Almonte
con centomila, or ne temete un solo
pur di quel sangue e pur di quello stuolo?

15
     Perché debbo vedere in voi fortezza
ora minor ch’io la vedessi allora?
Mostrate a questo can vostra prodezza,
a questo can che gli uomini devora.
Un magnanimo cor morte non prezza,
presta o tarda che sia, pur che ben muora.
Ma dubitar non posso ove voi séte,
che fatto sempre vincitor m’avete. —