Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/160

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154 canto


20
     E de le sue ferite ancora infermo
l’arme si veste, e del castel si parte;
e con animo va constante e fermo
di non mai piú tornare in quella parte.
Ma che gli vai? ch’ogni difesa e schermo
gli disipa Fortuna con nuova arte:
ecco il marito che ritorna intanto,
e trova la moglier che fa gran pianto,

21
     e scapigliata e con la faccia rossa;
e le domanda di che sia turbata.
Prima ch’ella a rispondere sia mossa,
pregar si lascia piú d’una fiata,
pensando tuttavia come si possa
vendicar di colui che l’ha lasciata:
e ben convenne al suo mobile ingegno
cangiar l’amore in subitane sdegno.

22
     Deh (disse al fine), a che l’error nascondo
c’ho commesso, signor, ne la tua absenzia?
che quando ancora io ’l celi a tutto ’l mondo,
celar noi posso alla mia conscienzia.
L’alma che sente il suo peccato immondo,
paté dentro da sé tal penitenzia,
ch’avanza ogn’altro corporal martire
che dar mi possa alcun del mio fallire;

23
quando fallir sia quel che si fa a forza:
ma sia quel che si vuol, tu sappi! anco;
poi con la spada da la immonda scorza
scioglie lo spirto imaculato e bianco,
e le mie luci eternamente ammorza;
che dopo tanto vituperio, almanco
tenerle basse ognor non mi bisogni,
e di ciascun ch’io vegga, io mi vergogni.