Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/164

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158 canto


36
     Antiqua nimicizia avea il marito
con un baron detto Morando il bello,
che, non v’essendo Argeo, spesso era ardito
di correr solo, e sin dentro al castello;
ma s’Argeo v’era, non tenea lo ’nvito,
né s’accostava a dieci miglia a quello.
Or, per poterlo indur che ci venisse,
d’ire in Ierusalem per voto disse.

37
     Disse d’andare; e partesi ch’ognuno
lo vede, e fa di ciò sparger le grida:
né il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno
puote saper; che sol di lei si fida.
Torna poi nel castello all’aer bruno,
né mai, se non la notte, ivi s’annida;
e con mutate insegne al nuovo albóre,
senza vederlo alcun, sempre esce fuore.

38
     Se ne va in questa e in quella parte errando,
e volteggiando al suo castello intorno,
pur per veder se credulo Morando
volesse far, come solea, ritorno.
Stava il dí tutto alla foresta; e quando
ne la marina vedea ascoso il giorno,
venia al castello, e per nascose porte
lo togliea dentro l’infedel consorte.

39
     Crede ciascun, fuor che l’iniqua moglie,
che molte miglia Argeo lontan si trove.
Dunque il tempo oportuno ella si toglie:
al fratel mio va con malizie nuove.
Ha di lagrime a tutte le sue voglie
un nembo che dagli occhi al sen le piove.
— Dove potrò (dicea) trovare aiuto,
che in tutto l’onor mio non sia perduto?