Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/260

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
254 canto


104
     Rodomonte a quel segno ove fu colto,
colse a punto il figliol del re Agricane.
Per questo non potè nuocergli al volto,
ch’in difesa trovò l’arme troiane;
ma stordí in modo il Tartaro, che molto
non sapea s’era vespero o dimane.
L’irato Rodomonte non s’arresta,
che mena l’altro, e pur segna alla testa.

105
     Il cavallo del Tartaro, ch’aborre
la spada che fischiando cala d’alto,
al suo signor con suo gran mal soccorre,
perché s’arretra, per fuggir, d’un salto:
il brando in mezzo il capo gli trascorre,
ch’al signor, non a lui, movea l’assalto.
Il miser non avea l’elmo di Troia,
come il patrone; onde convien che muoia.

106
     Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza,
non piú stordito, e Durindana aggira.
Veder morto il cavallo entro gli adizza,
e fuor divampa un grave incendio d’ira.
L’African, per urtarlo, il destrier drizza;
ma non piú Mandricardo si ritira,
che scoglio far soglia da l’onde: e avvenne
che ’l destrier cadde, et egli in piè si tenne.

107
     L’African che mancarsi il destrier sente,
lascia le staffe e sugli arcion si ponta,
e resta in piedi e sciolto agevolmente:
cosí l’un l’altro poi di pari affronta.
La pugna piú che mai ribolle ardente,
e l’odio e l’ira e la superbia monta:
et era per seguir; ma quivi giunse
in fretta un messaggier che gli disgiunse.