Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/273

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

ventesimoquinto 267


40
     Non le seppe negar la mia sorella:
e cosí insieme ne vennero al loco,
dove la turba scelerata e fella
posto m’avria, se tu non v’eri, al fuoco.
Fece lá dentro Fiordispina bella
la mia sirocchia accarezzar non poco:
e rivestita di feminil gonna,
conoscer fe’ a ciascun ch’ella era donna.

41
     Però che conoscendo che nessuno
util traea da quel virile aspetto,
non le parve anco di voler ch’alcuno
biasmo di sé per questo fosse detto:
féllo anco, acciò che ’l mal ch’avea da l’uno
virile abito, errando, giá concetto,
ora con l’altro, discoprendo il vero,
provassi di cacciar fuor del pensiero.

42
     Commune il letto ebbon la notte insieme,
ma molto digerente ebbon riposo;
che l’una dorme, e l’altra piange e geme
che sempre il suo desir sia piú focoso.
E se ’l sonno talor gli occhi le preme,
quel breve sonno è tutto imaginoso:
le par veder che ’i ciel l’abbia concesso
Bradamante cangiata in miglior sesso.

43
     Come l’infermo acceso di gran sete,
s’in quella ingorda voglia s’addormenta,
ne l’interrotta e turbida quiete,
d’ogn’acqua che mai vide si ramenta;
cosí a costei di far sue voglie liete
l’imagine del sonno rappresenta.
Si desta; e nel destar mette la mano,
e ritrova pur sempre il sogno vano.