Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/38

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32 canto


124
     Colui che fu de tutti i vizii il vaso,
rispose: — Alto signor, dir non sapria
chi sia costui: ch’io l’ho trovato a caso,
venendo d’Antïochia, in su la via.
Il suo sembiante m’avea persuaso
che fosse degno di mia compagnia;
ch’intesa non n’avea pruova né vista,
se non quella che fece oggi assai trista.

125
     La qual mi spiacque sí, che restò poco,
che per punir l’estrema sua viltade,
non gli facessi allora allora un gioco,
che non toccasse piú lance né spade:
ma ebbi, piú ch’a-llui, rispetto al loco,
e riverenzia a vostra maestade.
Né per me voglio che gli sia guadagno
l’essermi stato un giorno o dua compagno

126
     di che contaminato anco esser parme;
e sopra il cor mi sará eterno peso,
se, con vergogna del mestier de l’arme,
io lo vedrò da noi partire illeso:
e meglio che lasciarlo, satisfarme
potrete, se sará d’un merlo impeso;
e fia lodevol opra e signorile,
perch’el sia esempio e specchio ad ogni vile.

127
     Al detto suo Martano Orrigille have,
senza accennar, confermatrice presta.
— Non son (rispose il re) l’opre sí prave,
ch’al mio parer v’abbia d’andar la testa.
Voglio per pena del peccato grave,
che sol rinuovi al populo la festa. —
E tosto a un suo baron, che fe’ venire,
impose quanto avesse ad esequire.