Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/40

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34 canto


132
     Venian d’intorno alla ignobil quadriga
vecchie sfacciate e disoneste putte,
di che n’era una et or un’altra auriga,
e con gran biasmo lo mordeano tutte.
Lo poneano i fanciulli in maggior briga,
che, oltre le parole infami e brutte,
l’avrian coi sassi insino a morte offeso,
se dai piú saggi non era difeso.

133
     L’arme che del suo male erano state
cagion, che di lui fèr non vero indicio,
da la coda del carro strascinate
patian nel fango debito supplicio.
Le ruote inanzi a un tribunal fermate
gli fèro udir de l’altrui maleficio
la sua ignominia, che ’n sugli occhi detta
gli fu, gridando un publico trombetta.

134
     Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto
dinanzi a templi, ad officine e a case,
dove alcun nome scelerato e brutto,
che non gli fosse detto, non rimase.
Fuor de la terra all’ultimo condutto
fu da la turba, che si persuase
bandirlo e cacciare indi a suon di busse,
non conoscendo ben ch’egli si fusse.

135
     Sí tosto a pena gli sferraro i piedi
e liberargli l’una e l’altra mano,
che tor lo scudo et impugnar gli vedi
la spada, che rigò gran pezzo il piano.
Non ebbe contra sé lance né spiedi;
che senz’arme venia il populo insano.
Ne l’altro canto diferisco il resto;
che tempo è omai, Signor, di finir questo.