Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/461

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trentesimosecondo 455


20
     Deh ferma, Amor, costui che cosí sciolto
dinanzi al lento mio correr s’affretta;
o tornami nel grado onde m’hai tolto
quando né a te né ad altri era suggetta!
Deh, come è il mio sperar fallace e stolto,
ch’in te con prieghi mai pietá si metta;
che ti diletti, anzi ti pasci e vivi
di trar dagli occhi lacrimosi rivi!

21
     Ma di che debbo lamentarmi, ahi lassa
fuor che del mio desire irrazionale?
ch’alto mi leva, e sí ne l’aria passa,
ch’arriva in parte ove s’abbrucia l’ale;
poi non potendo sostener, mi lassa
dal ciel cader: né qui finisce il male;
che le rimette, e di nuovo arde: ond’io
non ho mai fine al precipizio mio.

22
     Anzi via piú che del disir, mi deggio
di me doler, che sí gli apersi il seno;
onde cacciata ha la ragion di seggio,
et ogni mio poter può di lui meno.
Quel mi trasporta ognior di male in peggio,
né lo posso frenar, che non ha freno:
e mi fa certa che mi mena a morte,
perch’aspettando il mal noccia piú forte.

23
     Deh perché voglio anco di me dolermi?
Ch’error, se non d’amarti, unqua commessi?
Che maraviglia, se fragili e infermi
feminil sensi fur subito oppressi?
Perché dovev’io usar ripari e schermi
che la somma beltá non mi piacessi,
gli alti sembianti e le saggie parole?
Misero è ben chi veder schiva il sole!