Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/460

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
454 canto


16
     Credendolo incontrar, talora armossi,
scese dal monte e giú calò nel piano;
né lo trovando, si sperò che fossi
per altra strada giunto a Montalbano:
e col disir con ch’avea i piedi mossi
fuor del castel, ritornò dentro invano.
Né qua né lá trovollo; e passò intanto
il termine aspettato da lei tanto.

17
     11 termine passò d’uno, di dui,
di tre giorni, di sei, d’otto e di venti;
né vedendo il suo sposo, né di lui
sentendo nuova, incominciò lamenti
ch’avrian mosso a pietá nei regni bui
quelle Furie crinite di serpenti;
e fece oltraggio a’ begli occhi divini,
al bianco petto, all’aurei crespi crini.

18
     — Dunque fia ver (dicea) che mi convegna
cercare un che mi fugge e mi s’asconde?
Dunque debbo prezzare un che mi sdegna?
Debbo pregar chi mai non mi risponde?
Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna?
un che sí stima sue virtú profonde,
che bisogno sará che dal ciel scenda
immortal dea che ’l cor d’amor gli accenda?

19
     Sa questo altier ch’io l’amo e ch’io l’adoro,
né mi vuol per amante né per serva.
Il crudel sa che per lui spasmo e moro,
e dopo morte a darmi aiuto serva.
E perché io non gli narri il mio martoro
atto a piegar la sua voglia proterva,
da me s’asconde, come aspide suole,
che, per star empio, il canto udir non vuole.