Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/112

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106 canto


20
     S’al fiero Achille invidia de la chiara
meonia tromba il Macedonico ebbe,
quanto, invitto Francesco di Pescara,
maggiore a te, se vivesse or, l’avrebbe!
che sí casta mogliere e a te sí cara
canti l’eterno onor che ti si debbe,
e che per lei sí ’l nome tuo rimbombe,
che da bramar non hai piú chiare trombe.

21
     Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto
io n’ho desir, volessi porre in carte,
ne direi lungamente; ma non tanto,
ch’a dir non ne restasse anco gran parte:
e di Marfisa e dei compagni intanto
la bella istoria rimarria da parte,
la quale io vi promisi di seguire,
s’in questo canto mi verreste a udire.

22
     Ora essendo voi qui per ascoltarmi,
et io per non mancar de la promessa,
serberò a maggior ozio di provarmi
ch’ogni laude di lei sia da me espressa;
non perch’io creda bisognar miei carmi
a chi se ne fa copia da se stessa;
ma sol per satisfare a questo mio,
c’ho d’onoraria e di lodar, disio.

23
     Donne, io conchiudo in somma, ch’ogni etate
molte ha di voi degne d’istoria avute;
ma per invidia di scrittori state
non sète dopo morte conosciute:
il che piú non sará, poi che voi fate
per voi stesse immortal vostra virtute.
Se far le due cognate sapean questo,
si sapria meglio ogni lor degno gesto.