Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/393

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quarantesimosesto 387


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     La lancia del pagan, che venne a córre
lo scudo a mezzo, fe’ debole effetto:
tanto l’acciar, che pel famoso Ettorre
temprato avea Vulcano, era perfetto.
Ruggier la lancia parimente a porre
gli andò allo scudo, e gliele passò netto;
tutto che fosse appresso un palmo grosso,
dentro e di fuor d’acciaro, e in mezzo d’osso.

117
     E se non che la lancia non sostenne
il grave scontro, e mancò al primo assalto,
e rotta in scheggie e in tronchi aver le penne
parve per l’aria, tanto volò in alto;
l’osbergo apria (si furiosa venne),
se fosse stato adamantino smalto,
e finia la battaglia; ma si roppe:
posero in terra ambi i destrier le groppe.

118
     Con briglia e sproni i cavallieri instando,
risalir feron subito i destrieri;
e donde gittâr l’aste, preso il brando,
si tornaro a ferir crudeli e fieri:
di qua di lá con maestria girando
gli animosii cavalli atti e leggieri
con le pungenti spade incominciaro
a tentar dove il ferro era piú raro.

119
     Non si trovò lo scoglio del serpente,
che fu sí duro, al petto Rodomonte,
né di Nembrotte la spada tagliente,
né ’l solito elmo ebbe quel dí alla fronte;
che l’usate arme, quando fu perdente
contra la donna di Dordona al ponte,
lasciato avea sospese ai sacri marmi,
come di sopra avervi detto parmi.