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CARMINUM

LIBER SECUNDUS.




I.

AD ALPHONSUM FERRARIÆ DUCEM III.


Cum desperatâ fratrem languere salute,
     Et nullâ redimi posse putaret ope;
Dîs vovet Hippolytus, getico duna currit ab orbe,
     Manibus ipse suum, vivat ut ille, caput.1
Vota deos faciles habuere: Alphonsus ab orco
     Eripitur, fratris fratre obeunte vices.
Morte tua, Pollux, redimis si Castora, munus
     Accepturus idem das, nec obis, sed abis:
Quod dedit hic, nunquam accipiet, nec lusus inani
     Spe reditus avidi limina Ditis adit.




II.

IN HIPPOLITUM ESTENSEM EPISCOPUM FERRARIÆ.


Excita festivo populi Ferraria plausu,
     Protulit ex adytis ora verenda sacris:
Utque sua Hyppolitum prospexit templa tuentem,2
     — O claros, inquit, gens mea nacta duces!
Quis patre invicto gerit Hercule fortius arma?3
     Mystica quis casto castius Hyppolito? —




  1. Questa e la seguente sono, forse, le più adulatorie tra le poesie dettate dall’Ariosto; adulazione da attribuirsi non tanto a tenerezza verso il morto cardinale, quanto a desiderio d’ingraziarsi vie più col duca, che quel fratello avea caro, e padrone novello del poeta. Del rimanente, poco della malattia d’Alfonso, nulla del magnanimo zelo d’Ippolito ci dicono gli storiografi: il quale, tornato dall’Ungheria, infermò a Sabbioncello e morì veramente in Ferrara nel settembre del 1849Fonte/commento: correz. del trascrittore, fonte Wikipedia.
  2. Fu dettato questo componimento nell’ottobre del 1503, quando il cardiale Ippolito, già vescovo d’Agria (Erlau) in Ungheria e arcivescovo di Milano, s’ebbe ancora il vacante vescovado di Ferrara. L’adalazione è qui pure impudente; tanto più che, come nota il Baruffaldi, «nell’ultimo verso, l’Ariosto attribuisce al Cardinale una virtù, che poi altrove giunse a negargli.» Vita ec., pag. 126.
  3. Viveva ancora il duca Ercole I, mancato a dì 16 gennajo del 1505.
ariosto.Op. min. — 1. 30