Pagina:Ariosto-Op.minori.2-(1857).djvu/237

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atto primo. — sc. ii. 227

Sono o la lontra: in acqua e in terra pascere
Mi so. Non meno del scolaro Erostrato,
Che di messer Cleandro son dimestico;
Ma or di questo or di quel più benivolo,
Secondo che la mensa meglio in ordine
Lor trovo. E così ben mi so intromettere,
Che ancor che vegga l’un ch’abbia amicizia
Con l’altro, non s’induce però a credere
Che sia a suo danno, ma che l’avversario
Sia l’ingannato: d’ambi il segretario
Sono, e ciò che da l’uno intendo dicolo
All’altro. Ora sortisca questa pratica
Quello effetto che vuol, l’uno e l’altro obbligo
Me n’avrà. Ma il famiglio di Damonio
Esce di casa: da lui potrò intendere
Se ’l padron c’è. — Dove va questo giovene
Galante?

Dulippo.              A cercar vengo uno che desini
Col mio padrone, il quale è solo a tavola.

Pasifilo.Non ir più innanzi: ove avrai tu il più idoneo?1

Dulippo.Non ho commissïone di menargline
Tanti.

Pasifilo.          Che tanti! verrò solo; menami
Solo.

Dulippo.        Che sol, che sempre nello stomaco
Hai dieci lupi affamati?

Pasifilo.                                     Ecco il solito
De’ servitori, d’aver sempre in odio
Gli amici del padron.

Dulippo.                                  Perchè?

Pasifilo.                                              Perch’eglino
Hanno la bocca e i denti.

Dulippo.                                        Anzi, Pasifilo,
Perchè hanno lingua.

Pasifilo.                                 Ove mai t’ebbe a nuocere
La lingua mia?

Dulippo.                        Scherzo teco, Pasifilo.
Entra in casa; che ben i denti nuocere
Molto più che la lingua ti2 potrebbono.

Pasifilo.Così per tempo qua dentro si desina?


  1. Ed. Giol. e Bort.: idonio.
  2. Così tutte le stampe; ma sospettiamo che sia da correggersi: mi, o ci.