Pagina:Aristofane - Commedie, Venezia 1545.djvu/462

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Venere: e nissuno iscacia da la sua casa l’occhio tuo, ausiliatore de corpi che si moveno. Tu sola splendi ne le secrete camere de le gambe, illuminando il pullulante pelo, e giaci piena sotto le lacche de’l portico de’l frutto, e de’l Baccanale vino. e insieme queste cose facendo, non dici poi niente à quelli, per i quali si facciono tali consigli, i quali sono parsi à i Sciri miei amici. Ma non vi è alcuna di quelle che dovevano venire, nondimeno il concilio è prolungato à la mattina. E meglio che andiamo à sedersi à le banche, le quali Sfiromaco ne disse, se be n’aricordate. bisogna che le meretrici, e le donne da bene stijno ascose. che dunque poi? hanno le cusite barbe, che si dice havere? veramente è stà difficil cosa, che se robassero queste veste virili. Hor vegio una lume à venire, e mi tirarò indietro, à ciò che qualche huomo non s’abbatta venire.
Al.d.
E hora d’andare, che’l precone venendo noi, un’altra volta di nuovo ha suonato.
Prass.
Io vigilo tutta la notte aspettandovi, horsu dimandarò questa vicina, pur un pochetto battendo à la porta, che suo marito non senta.
Don.
Ho udito calciandomi, la fricatione de i tuoi diti, come che non dormessi. Quest’huomo ò dilettissima tu è da Salamina con il quale io stò, egli mi ha commosta tutta la notte per il letto, tanto che se non adesso, mai ho potuto haver la ve-