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tornata del 16 aprile


DISCUSSIONE DELLA PROPOSTA DI LEGGE

PER L'INTITOLAZIONE DEGLI ATTI DEL GOVERNO.


presidente. L’ordine del giorno porta la discussione sul progetto di legge per l’intestazione degli atti del Governo.

Darò lettura del progetto:

« Articolo unico. Tutti gli atti che debbono essere intitolati in nome del Re lo saranno colla formola seguente:

(Il nome del Re)

Per grazia di Dio e per volontà della Nazione

Re d’Italia.»

La discussione generale è aperta.

La parola spetta al deputato Ferrari.

ferrari. Siamo entrati nell’era delle proclamazioni. L’anno scorso non si pensava che ad annettere nuove provincie; la Legislatura non intendeva che all’incorporazione dei Ducati, dell’Emilia, della Toscana, delle Marche, dell’Umbria e delle Due Sicilie. Adesso il Parlamento italiano procede alle proclamazioni, e, dopo di avere affermato il regno, poi la capitale del regno, si preoccupa in quest’istante di dare il battesimo al nostro Stato, fino ad ora anonimo.

Nulla di più importante d’un battesimo; desso è pur sempre una professione di fede, un’inscrizione concisa, una specie di stemma il quale annunzia a tutti il pensiero della nazione; affissandolo sulle bandiere dell’esercito, sugli atti del Governo; imprimendolo sulle monete, sulle medaglie; e facendolo così penetrare nella vita intima del popolo, per cui giunge in una maniera muta, ma significante, assai più lungi che non la parola dei ministri o la voce dei politici.

Quanto è misero il potere della parola vivente! Quanto impotente l’influenza stessa de’ nostri giornali, delle nostre discussioni! I nostri discorsi, le nostre diffuse professioni di fede contengono, nella loro verbosa insistenza, spiegazioni, parole, condizioni, che danno appiglio a mille sofismi ed aprono l’adito ad indefinite variazioni. Ma l’iscrizione laconica delle monete non ammette interpretazioni, può paragonarsi ad una bandiera, la quale, una volta inalberata, sia dessa francese, inglese, austriaca, dà agli atti nostri una significazione superiore alle nostre intenzioni, alle nostre parole, alle nostre stesse dichiarazioni.

Esaminiamo dunque, o signori, la nuova intestazione, il nuovo battesimo del regno.

Tutti gli atti, dice la legge proposta, saranno intitolati in nome del Re, e lo saranno colla formola: Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio e volontà della nazione, Re d’Italia.

Qui ogni parola è importantissima, ed io noto in primo luogo la formola per grazia di Dio.

La è formola antica; troppo la conosco; è la formola dell’antichissima legittimità, del diritto di nascita; la formola che ha presieduto al battesimo di Luigi XIV, di Carlo V, di tutti i re che reggono le monarchie d’Europa.

Io, lo confesso, aveva vagheggiato un’altra Italia, nella quale il diritto di grazia cedesse il posto ad un nuovo diritto, per cui le nostre insurrezioni avessero un altro senso, e potessero raggiungere la meta in modo più diretto e più immediato. Io sperava che il voto universale potesse esprimere il voto della nazione redenta dal giogo dell’autorità; io sperava che le nostre discussioni, sciolte dai vincoli d’una religione dominante, potessero svolgersi chiedendo le conseguenze dei principii proclamati nel 1789, e che le attuali nostre agitazioni, ancora incerte e ondeggianti tra il mondo antico e il
moderno, fossero i preludi d’una èra novella reclamata dalla scienza e non più soggetta nè al rogo di Bruno, nè ai tormenti di Galileo.

Per dare un unico esempio, io sperava che l’attuale anarchia della città di Roma e del Governo pontificio, invece di essere una vuota ripetizione di antichissimi disordini dei tempi di Avignone o dell’epoca più remota di Gregorio VII, provenissero da cagioni ignote al medio evo, da idee dotate di nuova forza contro il vicario di Dio e contro i suoi diritti che pretende sopranaturali. Cento volte il papa fu minacciato, detronizzato, esigliato, assassinato; ma, persistendo l’antico diritto, il papato sussisteva inviolato, e creava nuovi papi che ricominciavano un’eterna commedia. Se fossero da noi proclamati i principii della rivoluzione francese, io crederei di poter giungere e rimanere nella proclamata capitale del regno; ma sotto il diritto divino, sotto la religione cattolica, noi siamo esuli da Roma, noi rimaniamo nel medio evo.

Fatte le mie riserve, io mi rassegno adunque: mi confino nell’èra che ha cominciato colle ovazioni a Pio IX, nell’èra della letteratura che ha celebrato il primato della santa sede; nell’èra che dichiarava, in senso assolutamente cattolico e monarchico, che l’Italia farebbe da sè, che sarebbe incontaminata dalla rivoluzione francese. Io mi confino nell’èra del patriottismo cattolico dell’abate Gioberti e dell’abate Rosmini; e, giacchè sono nel passato, mi rinchiudo volontariamente nelle sue bolgie, e accetto per ipotesi la grazia di Dio per esaminare le altre parole dell’intestazione proposta.

Queste portano che Vittorio Emanuele II sarà Re d’Italia. Che cosa è il regno d’Italia, tolta la rivoluzione francese? Una volta confinato nel passato, io lo conosco chiaramente: è il regno surto coll’Italia moderna, nato il giorno istesso in cui la parola Italia cominciava ad avere un senso distinto da quello dell’impero; e, stando alla legge, il regno d’Italia non ha mai cessato di esistere. Creato dai Goti, egli compare sulla scena della storia italiana colle sue due eterne proprietà, di essere, cioè, in primo luogo, nemico dell’impero; in secondo luogo nemico della Chiesa. Cadono i Goti, ma il regno continua coi Longobardi, si fonda sul centro di Pavia, già designato dai successori di Teodorico, e si sviluppa schiantando le ampie città, eguagliando ferocemente Milano a Lodi, Firenze a Fiesole, ed acquistando la triste proprietà di essere, come in oggi, escluso in primo luogo da Venezia, ed in secondo luogo da Roma.

Si disse che il regno dei Longobardi soccombette alla conquista dei Franchi. No, signori, soccombevano i Longobardi, ma non il regno, che i Franchi continuarono, che perfezionarono favorendo le ampie città, e che facevano entrare nell’èra delle regioni, come si direbbe adesso, delle Marche, come si diceva allora; èra in cui la capitale svaniva, lo Stato era scentralizzato, e l’amministrazione affidata ai governatori d’Ivrea, di Verona, di Spoleto, di Lucca.

Quando svanirono i Franchi, il regno scentralizzato obbedisce a capi italiani, e si vedono dodici rivoluzioni nello spazio di novant’anni; ma lo Stato dura, ma i Berengari sono pur sempre i successori di Carlo il Calvo, di Alboino, di Teodorico, finché giungono nel 962 gl’imperatori tedeschi.

Questa volta diremo noi che il regno si muore? Diremo che si sminuzza, che innumerevoli repubbliche e signorie lo smembrano, che un lusso inaudito di nuove forme fa prosperare la libertà in ogni angolo della terra; in apparenza il regno perisce; ma, al di sotto di tante splendide e capricciose creazioni, al di sotto di questo capriccio massimo, che si chiamò