Pagina:Balbo, Cesare – Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. I, 1913 – BEIC 1740806.djvu/13

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

prefazioni 7

sé. È vero, che, come ognuno che scriva, io tengo in gran pregio, io desidero con ardore quel consenso de’ leggitori, quella simpatia de’ compatrioti che si chiama «popolaritá», e che è insieme sanzione di ciò che s’è voluto far per la patria, e mezzo a servirla ulteriormente; ed è vero che quando io n’ebbi alcun cenno (da que’ giovani italiani principalmente, nelle cui mani son per passare i destini della patria), mi venner dimenticate tutte quelle pene, che non son poche, dello scrivere in Italia, e dimenticate le risoluzioni di non iscrivere piú. Ma appunto la popolaritá mi parve sempre, come i pubblici uffici, mezzo di potenza, mezzo di servire la patria, e non piú; come scopo ultimo, nulla sono gli uffici, nulla la popolaritá. E quindi chi è ridotto a servir la patria d’«opere d’inchiostro», cioè d’opere di veritá, se abbandoni scientemente questa la quale sola può giovare, per correr dietro alla popolaritá, ei corre dietro a un mezzo senza scopo, a un nulla che porta a nulla. Ei mi fu detto giá, che alcune opinioni mie non sono popolari in Italia. Tanto meglio dunque l’averle scritte: quando si scrive con vero e vivo convincimento, non si suole scriver ciò di che tutti sien giá persuasi; si scrive appunto per far passare le proprie opinioni dalla minoritá alla pluralitá. E quest’è che dá sovente piú calore agli scritti della minoritá: la brama di diventar pluralitá colle ragioni. Il che poi, sol che si potessero far correr davvero e sufficientemente le ragioni, sarebbe forse piú facile in Italia che altrove; perché, tra tutti i vizi acquistati, ella serba indestruttibili, e prime forse del mondo, le sue facoltá, le sue virtú intellettuali.

Il desiderio di rimanere indipendente, non solamente da altrui ma per cosí dir da me stesso, da ciò che possa essere in me men ragione che sentimento, mi fece fermarmi all’anno 1814. Giá lungo tutta l’opera m’era paruto penosissimo quell’ufficio storico del giudicar cosí brevemente tanti fatti, tanti uomini grandissimi; la brevitá aggiugne inevitabilmente alla severitá; le parole stringate e tronche prendono naturalmente aspetto di assolute, aspre, superbe. E giá, appressandomi a’ tempi nostri, mi si era raddoppiata tal pena. Ma ei mi sarebbe riuscito intollerabile cosí giudicare gli uomini viventi, e a me non ignoti, né per benefizio