Pagina:Balbo, Cesare – Storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. II, 1914 – BEIC 1741401.djvu/110

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106 libro settimo

piccola parte di grandi speranze. Ma l’Italia tutta insieme fu quella che s’avvantaggiò piú: un nuovo gran regno nazionale, una nuova gran diminuzione della signoria straniera; questa ridotta a Milano, Mantova, Parma e Piacenza. Da due e piú secoli, da Carlo VIII e Ferdinando cattolico in qua, non mai erasi trovata pesta da piedi stranieri cosí poca terra italiana. Il secolo decimottavo non parlava di nazionalitá come il nostro, e, per vero dire, non vi pensava guari; i popoli erano contati per nulla, i principi europei pensavano, trattavano francamente per se soli. Vergogna, che cosí facendo facesser meglio per li popoli che non quelli i quali hanno ora per le bocche continuamente il bene de’ popoli, e li divelgono e sminuzzan poi ad utile proprio; piú apparente, del resto, che non forse reale, piú momentaneo che non definitivo.

27. Breve pace. Guerra della successione austriaca [1735-1749]. — Seguirono una breve pace, una lunga e poco men che inutile guerra. Durante la pace incominciarono, Carlo Emmanuele in Piemonte, Carlo Borbone nel suo regno, que’ miglioramenti di che diremo quando si compierono. Ma Toscana fu quella che migliorò piú in questo intervallo. Morí [9 luglio 1737] Gian Gastone, ultimo e forse pessimo dei degeneri Medici, e succedette, secondo i trattati, Francesco marito di Maria Teresa, e primo di quella casa Lorenese, o seconda Austriaca, che essa pure si italianizzò. E cosí s’italianizzino meglio e davvero queste due famiglie di Toscana e di Napoli; io lo ridico, dopo ed a malgrado gli ultimi e sí vari eventi. I quali, non che mutare, hanno sancita la mia opinione, che dalla sola unione di principi e popoli sia da sperare l’indipendenza italiana; i quali hanno mostrato quanto vicini noi siamo a questa quando uniti, quanto discosti appena disuniti; i quali, fra i numerosi e gravi insegnamenti lasciati a’ posteri, lasciano questo sommo, che l’impresa o rivoluzione dell’indipendenza non si debba complicare di niun’altra né di dinastie né di territori che giá sieno materialmente indipendenti. Si gridò, si griderá altre volte «indipendenza italiana!», ma non se ne ebbe finora il concetto, l’idea, ed anche meno la passione vera. E finché non si concepisca