Pagina:Balbo, Cesare – Storia d'Italia dalle origini fino ai nostri giorni, Vol. II, 1914 – BEIC 1741401.djvu/140

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
136 libro settimo


vittorie. Subito passò il Po a Piacenza [7 maggio], concedé una tregua con multa al duca di Parma [9], combatté e passò l’Adda a Lodi [9]; entrò in Milano [15] trionfante ed applaudito da’ repubblicani, o, come li chiama Botta, gli «utopisti» italiani, esecrato dal grosso delle popolazioni che si sollevarono qua e lá. Trattenutone pochi dí, riavanzò, passò l’Oglio, entrò nel territorio della moribonda Venezia, che per la terza o quarta volta deliberò non tra pace o guerra, ma tra neutralitá armata o disarmata, e s’appigliò a questa. E vincendo poi a Borghetto [28 maggio], entrò in quel campo di guerra tra Mincio ed Adige, dove egli, il giovane ed arditissimo de’ capitani antichi o moderni, vi si fece quasi un Fabio indugiatore, vi si fermò, vi si piantò, vi aspettò quattro eserciti nemici, contentandosi di vincerli in una guerra difensiva e lunga di otto mesi intieri, dove poi quella devota vittima di Carlo Alberto non fu rimasto un mese senza che i capitani di bottega, di setta, di piazza, od anche di piú autorevoli assemblee, lo spingessero ad uscire, ad avanzare, a correr paese, a dar la mano a chiunque si sollevasse, a guarnir l’Alpi, ad estendersi, a perdersi, a perder la piú bella occasione che sia stata mai all’Italia. Ed a piú dolore e piú vergogna si ritenga, che il gran capitano francese aveva, lasciategli da’ veneziani, Peschiera, Legnago e Verona, mentre l’infelice italiano aveva contro sé queste tre fortezze, l’ultima delle quali accresciuta a tal segno da annullare in paragone l’importanza di Mantova stessa, e da essere il baluardo, la piazza d’armi, il palladio della potenza austriaca in Italia. Cosí dismessa ogni altra impresa, ogni altra idea, ogni altro pensiero, avesse egli assalito Verona seriamente, lentamente, destinandovi i mesi, gli anni, qualunque tempo! Ma, sinceramente, era egli possibile ciò? Forse sí; ma se mai, co’ due modi napoleonici: primo, lasciar dire, e ridur la guerra a quell’impresa; secondo, minacciar di far fronte addietro, contro ai perturbatori della patria. Ma non erano né dovevano essere modi nostri. Vi pensi, sí, per un’altra volta, l’Italia. I campi di guerra dati dalla natura non si mutano per andar de’ secoli; l’arte, rinforzandoli, li fa anzi piú importanti. E da Mario e i cimbri, o forse prima, fino