Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1910, I.djvu/17

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
14 parte prima

cortegiano verso il suo signore, si deve chiamar liberalitá e cortesia, o vero se piú tosto dimanderassi ubligazione e debito. Né di questa cosa senza ragion si contrasta, imperciò che appo molti è assai chiaro che il servidore verso il suo padrone non può tanto mai ogni giorno fare, quanto egli deve di molto piú. Ché se per sorte non ha la grazia del suo re, e pur vorrá, come fa chiunque serve, averla, che cosa deve mai lasciar egli di far quantunque difficil sia, a ciò che la desiata grazia acquisti? Non veggiamo noi molti che, per gratificarsi il lor prencipe, hanno a mille rischi e spesso a mille morti messa la propria vita? Ora, se egli si ritrova in favore e si conosce d'esser amato dal suo padrone, quante fatiche e quanti strazi è necessario che sofferisca, a ciò che in riputazione si mantenga e possa l'acquistata grazia mantenere ed accrescere? Sapete bene esser divolgato proverbio e da l’ingegnoso poeta celebrato, non esser minor vertú le cose acquistate conservare, che acquistarle. Altri in contrario contendono, e con fortissimi argomenti si sforzano provare che tutto quel che il servidor fa oltra ’l debito e sovra l'ubligazione che ha di servire al suo signore, sia liberalitá e materia da ubligarsi il padrone e di provocarlo a nuovi benefici, sapendosi che, qualunque volta l'uomo fa il suo ufficio al qual è deputato dal signore, e lo fa con tutta quella diligenza e modi che se gli ricercano, che egli ha sodisfatto al debito suo e che merita da lui esser, come è conveniente, guiderdonato. Ma perché qui ragunati non siamo per disputare, ma per novellare, lasciaremo le questioni da canto, e circa ciò quel che un valoroso re operasse intendo con una mia novella raccontarvi, la qual finita, se ci sará dapoi alcuno che voglia piú largamente parlarne, io penso che averá campo libero di correr a suo bell’agio uno o piú arrenghi, come piú gli aggradirá. Dicovi adunque che fu nel reame di Persia un re, chiamato Artaserse, uomo d’animo grandissimo, e molto ne l'armi essercitato. Questo fu quel che prima, come narrano gli annali persiani, essendo privato uomo d'arme, ché grado ancora militare non aveva ottenuto ne lo essercito, ammazzò Artabano, ultimo re degli Arsacidi, sotto cui militava, ed il dominio di