Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, III.djvu/87

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84 PARTE SECONDA t’odia e clic è più superba e ritrosa che il nemico de l'umana natura. Non è ancor guari che essendo io a Santa Maria Piedi- grotta con una nobilissima e bella compagnia di dame a cena ne l’amenissimo giardino del Caracciolo, che a caso si parlò di Lionora Macedonia moglie del Tomacello; de la quale tutte dis¬ sero che in effetto era bellissima, ma che non era possibile che una cosi superba, si disdegnosa e poco cortese si potesse trovare, e che non aveva compagnia di parente né d'amica con la quale potesse lungamente durare, perché si stima più che persona del mondo e non degna nessuno, sia chi si voglia. Questo è il nome che questa tua donna appo uomini e donne s'ha con le sue si schifevoli maniere acquistato. II perché usa ornai la libertà de l’arbitrio tuo e getta a terra questo cosi gravoso peso che non ti lascia respirare. Purga questo mortifero veleno che il cor t’am¬ morba. E se pur amar vorrai, non ti mancheranno belle donne, gentili e vertuose, che averanno caro d'esser da te amate e di reciproco amore t’ameranno. Pon fine ornai a questo tuo male, ché quanto più tarderai tanto ti sarà maggiore, e potria di modo fermarsi che diverria peggio che il fistolo. Mettiti di prima Iddio innanzi agli occhi, poi gli amici e l’onor tuo e la vita, ché in vero n’è ben tempo ornai. Ed io per ora non saperci che più dirti. — Qui tacque il Pandono aspettando ciò che il marchese risponde¬ rebbe. 11 quale, dal vero ed onesto parlare de l’amico trafitto, stette un poco senza dir nulla, tutto nel viso cambiato; ma dopo un gra¬ vissimo sospiro cosi rispose: — Io conosco assai chiaramente, signor mio, tutto esser vero quello che ora cosi amorevolmente m’hai dimostrato, e senza fine te ne resto ubligatissimo. Vivi alle¬ gramente, ché a sordo cantato non averai né spese le tue parole invano. Io spero con l’aiuto del nostro signor Iddio che tutto Napoli conoscerà il profitto che le tue vere parole in me faranno. E per questa mano che ora ti tocco, io t’impegno la fede mia da leal cavaliero, che io ora in tutto ammorzo quelle voracis¬ sime e ardenti fiamme che fin qui per la beltà dannosa de la Macedonia m’hanno distrutto ed arso, e cosi il nome suo e la rimembranza mi levo dal core, che in me luogo non averanno già mai. Né più di lei si ragioni. Andiamo, ché io veggio il signor