Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, IV.djvu/256

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NOVELLA XIX 253 romane, ove si ritroverà in più luoghi che quegli uomini avevano molto più paura a rompere i giuramenti da loro giurati che a rompere le loro leggi ed ordini del senato. E questo non si causava da altro se non che stimavano molto più l'offendere Iddio e la potenza divina che disprezzare gli uomini, avendo in loro tuttavia posta la riverenza de la religione. E di quanto peso fosse la religione appo romani nel tempo che quasi tutti i buoni costumi erano guasti, a mano a mano nel mio dire udi¬ rete, perché io non voglio per ora dir altro de le sciocchezze di tanti loro dèi, convenendomi ne la narrazione de la mia istoria raccontarne una di non picciolo momento. Era dunque, tornando a parlare de l’ancilla di Mondo, ella familiare di quei sacer¬ doti egiziani, e massimamente era domestica molto del capo d’essi sacerdoti. Onde andò a parlargli e narrargli il male di Mondo e la cagione che la infermità gli aveva generata, e con efficacia grandissima il supplicò a voler fare ciò che ora inten¬ derete. Al che il buon sacerdote, mosso da le preghiere, e da l’oro che la donna gli diede accecato, in tutto ubidire si dispose. Onoravano i romani in quei tempi mirabilmente la dea Iside e con grandissima solennità e meravigliose ceremonie i sacrifici d'essa dea celebravano, i cui sacerdoti erano tenuti in gran prezzo. Andò il capo d'essi sacerdoti un giorno a casa di Pao¬ lina e, mostrando nel venerabile aspetto ed atti umili e mode¬ stissimi grandissima santimonia, disse di voler parlar seco. Venne la donna e, riverentemente ricevuto l'ippocritone sacerdote, gli fece portare da sedere ed appo lui ella altresì tutta riverente s’as- sise, aspettando ciò che egli dire le volesse. Cominciò il padre santo, col collo torlo e parole gravi sputando, a dir una sua lunga intemerata de la divinità del dio Anubi, che appo gli egizi era in venerazione grandissima; e che sapendo esso dio come ella molto bramava d’aver un figliuolo, che per esser una de le più oneste donne di Roma, che esso dio Anubi, innamorato de la sua pudicizia e di tante altre sue virtù, voleva esser il padre e giacersi seco dentro il tempio de la dea Iside, ove verrebbe a trovarla in forma d’un giovine, perché se fosse comparso in forma divina ella non averebbe potuto sofferire lo splendore