Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, IV.djvu/448

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NOVELLA LI 1 •145 non mi lece aver cosi colui, come ho questo? perché non è egli qui con si poco potere, come ha quest’altro? Io sfogherei pure la giusta mia còlerà sovra di lui, e tal vendetta prenderei dei casi suoi, quale mai non s'udi. Io gli. darei certamente tal ca¬ stigo, che saria essempio agli altri di non ingannar le poverelle donne, che troppo di questi assassini si fidano. Ma poi che di lui vendicar non mi posso e farne quello strazio ch’io vorrei, sovra costui che è qui, che da lui fu ingenerato, caderà la pena. Egli porterà la penitenza de l’altrui peccato e, se non in tutto, almeno in qualche parte sodisfarà a le mie voglie. — Questo dicendo, la crudelissima, non veramente madre, ma infernale e furiosa Erine, con quelle sceleratissime mani prese il povero ed ancor palpitante bambino e, senza dargli battesimo, in terra col capo lo percosse. Poi pigliata ne la destra mano una de le gambe del morto figliuolino e l’altra ne la sinistra, furiosamente sbarrò le braccia e come arrabbiato veltro fece due parti di quel picciolo corpicello, tuttavia ¡ratamente dicendo: — Oimè, perché non posso io cosi smembrare suo padre? perché non posso di lui far agli occhi miei cosi giocondo spettacolo come faccio di questa ca¬ rogna? — Né di tanto questa nuova Medea, questa dispietata Progne contenta, gettò in terra le lacerate membra e quelle coi piedi lietamente calpestando, fece in forma d’una schiacciata. Indi più minutamente lacerandolo, ne fece mille pezzi, e conosciuto il picciolo core, quello messosi in bocca, con i denti di masticarlo sostenne. E non essendo ancora di cosi ferma e barbaresca crudeltà sazia né avendo a pieno presa quella vendetta che vo¬ leva, sapendo esser in casa un can mastino molto grosso, mandò giù Finea e fece condurre il cane di sopra. Venuto il mastino in camera, la scelestissima Pandora di sua mano a brano a brano tutto il figliuolo diede al cane, e sofferse lietamente di veder mangiare le carni sue, il figliuolo proprio, ad un mastino. Io mi sento per pietà di cosi orrendo caso, di tanta inaudita crudeltà, di non mai più pensala sceleraggine, di cosi mostruosa vendetta venir meno, e già le cadenti lagrime la voce m’impediscono. — A questo si tacque la signora contessa, non potendo per il di¬ rotto pianto parlare, ed anco quasi tutta la compagnia, mossa a