Pagina:Bandello - Novelle, Laterza 1911, IV.djvu/85

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82 PARTE SECONDA spero? Ove mi lascio cosi scioccamente a l’ingannevole e ceco amore e a la lusinghevole speranza trasportare? Non veggio io che questi miei desidèri, questi mal regolati appetiti e que¬ ste mie sfrenate voglie hanno del disonesto? Io pur lo veggio ■e so che quello che vo cercando non è convenevole anzi è disonestissimo. E che biasimo ne riceverei io, se questo mio si poco ragionevole amore si publicasse? Non deverei io più tosto elegger la morte che pensar già mai di privar il padre mio di quella moglie che egli cotanto ama? Lascerò adunque lo scon¬ venevole amore e, ad altro rivolgendo l’animo, farò ufficio di buono ed amorevole figliuolo verso il padre. — Cosi fra sé ra¬ gionando, deliberava totalmente lasciar questa impresa. Ma egli a pena non aveva fatto questo pensiero, che subito a la fantasia se gli appresentava la beltà de la donna, e in modo si sentiva infiammare che, di quanto determinato avesse pentito, doman¬ dava mille perdoni ad Amore d'aver pensato d’abbandonar cosi generosa impresa. E contrari pensieri ai primi facendo, seco stesso diceva: — Dunque io, perché costei è di mio padre mo¬ glie, non debbo amarla? perché ella m’è matrigna, io non la vo’seguire? Deh, quanto è sciocco il mio pensiero! Non sono le leggi che Amore ai suoi seguaci prescrive, come l'altre umane e scritte leggi: le leggi d’Amore e le umane e le più che umane rompono. Quando Amore lo comanda, il fratello ama la sorella, la figliuola il padre, e l’un fratello la moglie de l’altro ed assai sovente la matrigna il figliastro. E se ad altri lece, a me perché non lece? Se a mio padre, che è di me assai più attempato, non è stato ne la sua vecchiaia disdicevole innamo¬ rarsi di costei, io, che giovine sono e tutto sottoposto a le fiamme de l’amore, per qual cagione debbo, amandola, esser biasimato? E se altro in me non è biasimevole se non che io amo una che per sorte è di mio padre moglie, accusisi la Fortuna, che a mio padre più tosto che ad un altro l’ha data, perciò che io l’amo e l’amerei di chiunque ella stata fosse consorte. Ché, a dir il vero, la sua bellezza è tale, i suoi modi son si fatti e i costumi si leggiadri, che da tutto il mondo ella merita esser riverita, onorata ed adorata. Conviene adunque che io la segua