Pagina:Baretti - Prefazioni e polemiche.djvu/35

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I. LETTERE SUL DOTTOR BIAGIO SCHIAVO 25

e l’altre cose sue che finiscono in «eide»). Ma il signor cappellano di San Gallo e il signor piovano di San Patemiano, inteso dal Marcellotto come la bisogna stava, non vollero più ascoltare lo Schiavo, e come uomini di senno e come veri religiosi altamente lo biasimarono (e il povero Schiavo s’avvide che neppur questa non era buona via), massimamente quando intesero la risposta data alla presenza di moltissime persone dal Marcellotto a que’ due religiosi: la qual fu ch’egli non solamente aveva sempre avuto tanto in dispregio lo Schiavo che non aveva mai voluto incontrar amicizia con esso lui, benché il lodasse; ma che da quest’ultimo sonetto al Baretti era mosso a pregargli entrambi di dirgli che non solamente avrebbe continuato ad averlo in quel dispregio ch’e’ meritava e per un solennissimo ignorante pedante, ma ancora per peggio che un pezzo d’asino senza creanza, e che su questi due punti sarebbe sempre stato disposto a scrivere il panegirico dello Schiavo.

Pochi giorni dopo quest’altro piccolo intermezzo, Io Schiavo andò a far visita ad un altro religioso; e perché il dente gli doleva, gli corse tosto su colla lingua, e volle cominciare a infinocchiarlo con alcune delle sue solite palpabili bugie; ma aveva che fare con uno, che oltre all’essere un uomo dabbene, era anche valente poeta e conosceva molto bene il carattere di pre Biagio e di sopra più era molto bene informato del suo furfantesco tratto; onde, con una dolcezza che è sua particolare e che è infinita, cominciò a fargli una predichina da missionario, e soavemente gli disse che le lettere ed i sonetti sporchi ed ingiuriosi non gli parevano punto da lodarsi, e che malissimo si conveniva, giusta il suo intendere, ad un uomo con un piede nella sepoltura e coli ’altro sull’orlo, e molto meno ad un sacerdote, il pensarne non che lo scriverne e mandarne a’ galantuomini; e che lo consighava anzi a procurare di spegnere il fuoco, prima che fosse grande, con qualche scusa; che non solamente cosi facendo avrebbe fatto il dovere d’un uomo onesto, il quale, quando ha la disgrazia d’errare, non debbe vergognarsi di confessare il suo errore e chiederne perdono; ma che ne avrebbe avuto ancora consolazione all’anima nell’ora della morte