Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/116

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— Siete mutato, Aloise; non vi riconoscevo più....

— Non parliamo di me! — rispose l’amico. — Già ve lo dissi, Lorenzo; triste come voi; e le mie amarezze, come le vostre, sono di quelle che a rimestarle inaspriscono. —

Due grosse lagrime tremarono sugli occhi dell’infermo, e scesero a rigargli le guance. Aloise chinò la fronte e nascose il volto sulla sponda del letto; anch’egli piangeva.


XIII.

"Se Messenia piange, Sparta non ride."

Ai nostri lettori, i quali non hanno dimenticato Lilla di Priamar, traveduta a mala pena dalle indiscrete pagine di un antico carteggio amoroso, non sarà discaro che li conduciamo ora in via del Campo, nota per la lapide infame di Giulio Cesare Vachero, e che entriamo in un palazzo di severa apparenza, dove abitava nel 1857 la vedova marchesa. Colà, per le necessità del nostro racconto, dobbiamo seguire il padre Bonaventura.

Intorno al quale egli è tempo che diciamo alcun che di più intimo. Due o tre passi del carteggio accennato ci hanno già fatto trapelare una parte della sua giovinezza, e per qual cagione riposta lo Spagnuolo, ferito nel cuore, avesse consacrato l’animo a Dio, ma in quel solo modo che la sua indole consentiva, ascrivendosi alla operosa e battagliera compagnia di Gesù. Il Gallegos aveva amato fieramente la marchesa Lilla, e, cosa strana, l’amava tuttavia a cinquant’anni, con tutta la tenacità del suo gagliardo carattere.

Il salotto della marchesa di Priamar era un luogo assai malinconico, sebbene dagli affreschi della volta sorridessero ai visitatori mortali tutti gli dei dell’Olimpo, raccolti a convito dal pennello del Tavarone, e sulle vaste pareti un’Armida scollacciata trattenesse con isvariate lusinghe il suo Rinaldo nelle sbiadite verdure di quattro magnifici arazzi di Fiandra. In quell’ampio salotto si smarriva la luce, bevuta a larghe fauci da quattro alti finestroni, scarsamente illuminando i più suntuosi arredi che il Secento avesse tramandato alle cure restauratrici degli stipettai d’oggidì. Vi regnava il fasto per entro, pompeggiava nel damasco, splendeva nel bronzo,