Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/250

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Ma gli era proprio un discorso? Più conveniente sarebbe il chiamarlo discorsa. Fatta così in anticipazione di due mesi, la cicalata del nostro senatore non aveva, nè poteva avere attinenza con alcun particolare argomento; sfiorava ogni questione delle tante che bollivano allora; parlava, come suol dirsi, de omnibus rebus et de quibusdam aliis, dei concetti economici del conte di Cavour, della politica interna del suo collega Rattazzi, della falsa via che si batteva a volersi inimicare coll’Austria, dei fuorusciti e dei rompicolli che turbavano la ragione di Stato, e dei pochi, ma veri e saldi amici rimasti allo Statuto, che erano (non ridete!) i cattolici. Questo era un colpo maestro, e il marchese Antoniotto se ne teneva. E fu qui che il valentuomo ingrossò la voce, per istrappare l’applauso al suo taciturno uditore.

- «.... Imperocchè, o signori, la nostra vita è consacrata a Dio, al principe, alle leggi, e il biasimo de’ tristi ci torna a gloria; imperocchè i popoli hanno inteso non poter esser loro nemici coloro che si oppongono ad una barbarie, la quale minaccia la famiglia e la proprietà, e tenta confondere in una sola jattura le infrante corone, gli statuti violati e le pietre de’ santuarii. Non vuol la rovina dello Stato chi vuole la patria fiorente per arti e commerci. Se noi difendiamo la causa della religione, si è perchè in essa risiede il palladio e la forza del Piemonte; perchè ella insegna ai governati il rispetto delle leggi, la coscienza dei diritti, la santità dei doveri. Bando alle recriminazioni di parte; ci prenda pensiero delle gravi necessità della patria, che aspetta di veder rimarginate le sue orride piaghe, alleviati i suoi gravissimi pesi, protette le sue povere industrie. Dietro a noi sta la nazione, che nella fede gloriosa dei suoi padri vede il labaro di salute pe’ suoi minacciati destini.» -

Qui finiva il discorso, e l’oratore si volse a Bonaventura per chiedergli il suo parere e pigliarne le lodi. Ma egli s’avvide allora, con sua gran meraviglia, che il gesuita, non pure non era in grado di rispondergli, ma non aveva inteso una parola della sua stupenda orazione.

- Ella è turbata, padre Bonaventura? - esclamò il marchese Antoniotto. - Abbia un po’ di pazienza; il fabbro ferraio non tarderà molto a giungere....

- Pazienza! - soggiunse il gesuita, richiamato da quelle parole in sè stesso. - Ella ne parla a suo agio, signor marchese! Ma io, qui sotto, vedo un tranello....

- Che? Non bisogna poi correre per le poste, com’Ella fa! - disse il marchese Antoniotto. - La sua governante sarà uscita