Pagina:Barrili - I rossi e i neri Vol.2, Milano, Treves, 1906.djvu/346

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colle di Coronata, e l’anima di Aloise di Montalto fuggiva da quelle labbra smorte che il bacio di madonna Ginevra aveva poc’anzi allegrate, premiando l’amor più profondo e più forte che mai sentisse il cuore di un uomo.

La povera Ginevra fu tratta a forza di là dal Mattei, e ricondotta in città dal duca di Feira, che seppe dominare il suo profondo dolore per confortare l’altrui. Il vecchio gentiluomo era avvezzo oramai a soffrire. Andò dunque al suo ufficio di pietà e di cavalleria: lo aspettassero i dolenti amici alla villa Riario, dove sarebbe ritornato sollecitamente all’obbligo suo.

Di ciò ch’era venuto, dopo lo scontro fatale, fu giurato da tutti i presenti il segreto: anche per qualche tempo fu mantenuto, e quel tanto che ne sfuggì poi alla discretezza di alcuni, fu piuttosto vagamente accennato che detto. Ma qualcheduno, e in quella medesima sera, dovette pur chiedere perchè la marchesa non fosse in casa per l’ora del pranzo, e perchè, tardi arrivata, si chiudesse nelle sue camere, non volendo veder nessuno, negando di dar ragguagli, sdegnando di scendere a giustificazioni.

Il marchese Antoniotto aveva un suo modo particolare di manifestare la sua scontentezza; ma quel modo non si poteva usare con la marchesa Ginevra, come con la gente di servizio, o con altra classe dei suoi dipendenti. Perciò il tiranno di Quinto si chiuse in un mutismo, che non era senza una cert’aria di dignità, e diciamo pure di grandezza. Ma il giorno seguente, essendosi sparsa la voce del duello e della morte del signor di Montalto, il marchese Antoniotto non ebbe bisogno di sapere più altro; e stette più duro che mai.

La spiegazione domestica, per altro, non poteva farsi troppo aspettare; e venne infatti, dopo una diecina di giorni. Più lente a venire furono le conseguenze di quella spiegazione. Anche più lente le avrebbe volute il marchese Antoniotto; per togliere ogni appiglio a sospetti, a ciarle di scioperati, consigliava di non chiuder l’uscio ai piccoli ricevimenti, e di far buona cera alle visite. Ma sarebbero state ipocrisie; la marchesa Ginevra non ne volle sapere. Così venne la necessità di una risoluzione ardita: lei, per ragioni di salute, all’aria delle Langhe, nel suo castello di Valcalda; egli, per ragioni di studio, nella villa di Quinto.

Ciò che avvenne di lui s’è già visto; di lei si può aggiungere che dal suo castello, diventato convento, non uscì più fin che visse, tranne due volte l’anno, per giungere alla stazione