Pagina:Barrili - La legge Oppia, Genova, Andrea Moretti, 1873.djvu/100

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96 la legge oppia

Catone

Che è ciò?

Valerio

Nulla, nulla; notavo l’energia della frase....

(da sè)

Erano le parole sue! E Fundanio l’ha poste a mio carico! Oh, aspetti, aspetti!

Catone

(proseguendo)

Esse, già baldanzose, diventeranno audaci. Darete cinque; vorranno cinquanta. Che chiedono esse, in tanta angoscia, e con veste di supplicanti? Di sfoggiarla in porpora e oro; d’esser portate attorno in cocchio, a guisa di trionfanti; di togliere ogni misura allo spendere, ogni ritegno allo spreco! Oh! tempi mutati! Grecia ed Asia s’impadroniscono di noi, non noi di esse. Non si ha in pregio che l’arte greca e le grece delicature; i nostri Iddii romani di terra cotta fan ridere! ah, io vorrei averli sempre favorevoli a noi, questi umili Iddii, come furono in passato, contro Annibale e Pirro! Costui, per mano di Cinea, suo ambasciatore, fe’ tentar con lauti presenti uomini e donne di Roma. Uomini e donne ributtaron le offerte. Ma adesso? Se Cinea tornasse, troverebbe le matrone romane in volta per le vie, colle palme tese per raccogliere.... che dico, per raccogliere? per fare a ruffa raffa coi doni stranieri. Respingete la proposta di Fundanio, o Quiriti! Troppo è già il lusso tra noi. Non fate che nascano disuguaglianze e invidie perniciose. La povera, sopraffatta