Pagina:Barrili - La legge Oppia, Genova, Andrea Moretti, 1873.djvu/103

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atto terzo 99


di Cibele, venuto di Frigia in aiuto e difesa di Roma. «E se non ti maravigliasti tu ch’elle uscissero tante volte per benefizio pubblico, perchè troverai a ridire se una volta escono per utile proprio. Che fanno di così reo? Vengono e pregano. Ah, in fede mia, orecchie superbe ci abbiamo, che, mentre i padroni ascoltano i lagni de’ lor schiavi, noi sdegniamo esser pregati da libere e nobili donne».

(segni di stupore in Catone. Nel fondo, dietro il colonnato,
saranno apparse Fulvia ed Annia Luscina, e Plauto, che
stanno intenti ad udire)

«Vana è la difesa del Console, quando egli tocca del merito della legge. Son forse le leggi così provvidamente ordinate, che più non s’abbia a mutarle? E non ve n’ha di tali, che il tempo ha reso inutili, o contrarie allo scopo? Questa legge non è delle prime e sacrosante di Romolo; nemmanco delle Dodici Tavole. È nuova, e fu fatta quando Roma, per la rotta di Canne, era minacciata dell’ultimo eccidio. I socii ribellati; non uomini per l’esercito; non ciurme alle navi; non denaro all’erario. La repubblica, per far soldati e marinai, comperava gli schiavi dai loro padroni, con promessa di pagarli a guerra finita. Tutti davano il proprio, dall’opulento senatore alla vedovella meschina. E già allora questa tua legge Oppia si mostrò vana cosa; imperocchè, dov’erano più le donne ornate d’oro e di porpora, quando tutti, uomini e donne senza eccezione, e per spontaneo moto e per legge, s’erano d’ogni cosa spogliati? E più vana apparisce ora; nè solamente vana, ma iniqua; imperocchè la repubblica è forte e noi non le diamo