Pagina:Barrili - La legge Oppia, Genova, Andrea Moretti, 1873.djvu/85

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prologo 81



i lati, abbiamo i suoi libri, i detti memorabili e le testimonianze di gravissimi istorici. Il rigido moralista, simpatico ai posteri perfino nelle sue sfuriate, fu molto ascoltato a’ suoi tempi, ma poco obbedito. Fu un bene od un male? Non è da disputarne qui; solo e’ mi pare di poter dire che il valent’uomo esagerava alquanto la tesi. Progresso ce n’era prima di lui; doveva essercene con lui e dopo di lui. Egli è un uomo per molti rispetti esemplare, ma, quanto a novità, non sa sceverare il bene dal male. Egli stesso, che, giovine ancora, erasi nutrito di greca filosofia, egli stesso che avea condotto e fatto conoscere a Roma quel grande Ennio, con cui s’inizia, per le lettere latine, l’imitazione de’ greci, non vuol vedere che nella civiltà greca è l’antidoto pe’ suoi stessi veleni; odia il greco Epicuro, che snerva la fiera indole sabina, nè pensa al greco Zenone, le cui dottrine, sotto l’Impero, rialzeranno i caratteri inviliti, e se, pur troppo non potranno più dar norma al vivere, insegneranno almeno a morire. Ma basta; se no, volgo alla predica.

Lascio l’autore colle sue fisime, e aggiungo invece una parolina per me. Avrete notato la stretta osservanza dei tempi e costumi romani, nelle decorazioni, nel vestiario e in tutto l’altro che io ci ho messo del mio, perchè la commedia riuscisse proprio togata. Se più non si è fatto, non ne incolpate noi, ma le condizioni del Teatro italiano. Se Catone, verbigrazia, vi comparisse in un azione mimica, per distribuire il premio di virtù ad un centinaio di bal-