Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/170

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124 capitolo vi.


accovacciarono. Il giovane dall’abito di seta si appressò a noi, facendo gran segni di saluto, sorridendo, e mostrando una infantile curiosità per ogni oggetto che vedeva. Ingaggiò con noi una conversazione attiva ma misteriosa, durante la quale facevamo degli sforzi eroici per comprenderci scambievolmente. Per fortuna Borghese possedeva un grazioso manoscritto contenente qualche centinaio di parole mongole con la loro traduzione, e riuscimmo a capire: che il nostro interlocutore era realmente un capo, che saremmo passati vicino al suo villaggio, e che egli ci invitava a fermarci nella sua casa. Tutto ciò valeva bene alcuni barattoli di corned-beef, e li consegnammo cerimoniosamente all’illustre personaggio, la cui gioia e la cui riconoscenza sembrarono inesauribili.

In quel mentre udimmo un galoppo di cavallo. S’era fatto scuro, e riconoscemmo nel cavaliere un soldato cinese soltanto quando egli si fermò a qualche passo da noi chiedendo:

Po-lu-ghe-se?

Il Principe (cosa vuol dire l’abitudine!) riconobbe in quei suoni il suo nome in cinese e s’appressò al soldato. Questi, messo piede a terra, gli consegnò un plico. Era la posta, l’ultima posta da Pechino, arrivata a Kalgan alle nove della mattina. Quell’uomo aveva percorso più di novantacinque chilometri in undici ore. Aveva ricevuto l’ordine dal Tu Tung di raggiungerci e ci aveva raggiunti. Compiuta la sua missione, prima ancora che pensassimo a trattenerlo, risalito in sella, si era allontanato. Che meravigliosi soldati sarebbero i Cinesi, se avessero del coraggio!

Ci sembrò strano quell’improvviso arrivo di notizie in mezzo alla prateria, nella solennità della sera, nell’ora che fa sembrare la solitudine più vasta e più triste. Erano lettere di saluto, di augurio, voci amiche che ci raggiungevano sull’orlo del deserto, e che ci sembravano in quel luogo più profonde e più significative. Spogliata la posta alla luce del crepuscolo, rimanemmo a conversare, seduti sui nostri bagagli, fumando, mentre le cose impallidivano intorno, s’immergevano nella notte, e i nostri volti