Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/190

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144 capitolo vii.


non è che il tacere dei rumori umani: ma ascoltandolo, se siamo nella campagna udiamo fremere gli alberi, sospirare le messi, mormorare dell’acqua, stridere i grilli, ululare qualche cane lontano, e se siamo al mare udiamo l’urto dell’onda quieta sulla sponda, simile ad un batter lieve di mani, o il frangersi dei cavalloni sugli scogli. Ma là non udivo nulla; niente vibrava, niente viveva. Ebbi l’impressione di non so quale vuoto favoloso, di un vuoto extraterrestre, ebbi il senso angoscioso d’una sospensione sugli abissi dello spazio; l’incubo d’un isolamento infinito.

Quando riappoggiai il capo sui cuscino udii il rumore di un passo regolare, rapido, forte, metallico.

Mi sollevai di scatto ascoltando. Il rumore era cessato improvvisamente.

— Bah — esclamai fra me — è un effetto della pecora. Quel piatto era indigesto.

Tornai a sdraiarmi. E il passo riprese a farsi sentire nettamente nel grave silenzio pauroso. Completamente desto per l’attenzione non potei trattenermi dal sorridere scoprendo senza fatica il colpevole di quel rumore. Per svegliarmi presto avevo messo l’orologio sotto il cuscino.


Il sorgere del sole, al mattino del 19 Giugno, ci trovò già in cammino. Sorpassammo la Spyker partita poco prima, e filammo verso il nord. Il nuovo appuntamento era per la sera ad Udde, la prossima stagione telegrafica, vicina d’un altro pozzo, a circa 250 chilometri da Pong-Kiong (secondo i nostri calcoli).

L’aria era fresca, e i primi raggi del sole sembravano senza calore. Radevano la terra, e l’automobile proiettava un’ombra lunghissima e stravagante che oscillava sui ciuffi d’erba e tremolava sulle sabbie, passando velocemente come l’ombra di un grande uccello al volo.

La strada era buona, ed il motore, spinto in certi momenti alla quarta velocità, spandeva nella calma della pianura il suo palpito precipitoso. A pochi chilometri da Pong-Kiong, tornammo