Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/197

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nel deserto di gobi 151


anzi, informe, vago, inascoltato, ma tenace: quello di fuggire, di non calpestare più quel cadavere di mondo, d’esseme liberati. Si guarda all’orizzonte come ad un luogo di salvezza e di riposo; si aspetta ogni piccolo valico con una speranza imprecisa; al di là d’ogni altura ci s’immagina di trovare qualche cosa d’inatteso e di buono. Ma passano valichi, passano alture, l’orizzonte che ci fronteggia diventa l’orizzonte che si lascia alle spalle; la desolazione pare senza fine. Il pensiero si fa inerte, l’anima annega in una tristezza invincibile. La partenza dall’ultima tappa si perde nelle brume del passato; la mente un po’ stordita si offusca; tutto sembra immensamente lontano, nebuloso. Lontana la partenza e lontano l’arrivo. Si sa questo solo: che si dovrà pure arrivare e che si arriverà. E tale idea conferisce quella gran forza che si chiama: Pazienza.

Pazienza, e avanti! Tutte le resistenze dello spirito e del corpo sono disciplinate al servizio della pazienza. Avevamo finito col tacere, quasi per non dissipare niente delle nostre energie. E poi, una parola è un pensiero, e in certi momenti un pensiero costa troppa fatica. Verso le dieci ci trovavamo nel centro della zona peggiore del Gobi. Le due tappe estreme delle carovane sono segnate da un’enorme quantità di obo. L’obo è l’altare del mongolo nomade; è forse il primo altare che l’umanità abbia eretto. Consiste in un cumulo di sassi.

Prima di attraversare il deserto, per implorare la protezione del cielo, e dopo attraversato il deserto, per ringraziare gli dei della salvezza concessa, il pio carovaniere prende una pietra, la depone sull’obo, si genuflette e prega. Fin dal nostro primo ingresso nella Mongolia, quando eravamo ancora in vista della Grande Muraglia, abbiamo trovato degli obo sulla vetta delle colline. Ma non somigliavano a quelli del deserto. Forse erano abbandonati, abbattuti dai venti, ridotti a dei monticoli informi. Gli obo che incontravamo ai limiti della regione più desolata avevano spesso una terribile apparenza umana.

Eretti anch’essi sulle piccole alture, erano formati da una