Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/213

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la città del deserto 167


lo accompagnavamo così intensamente con la volontà, che ne provavamo un vero spossamento fisico. La strada non era sempre facile, e noi seguivamo ogni moto della macchina con una vigilanza che tendeva tutti i nostri nervi.

La gran roccia non ricompariva. Ci ripetevamo sempre con rinnovata fiducia. “Da lassù la vedremo, fra pochi minuti„. Niente. Ogni disillusione pareva ci ricacciasse indietro centinaia di chilometri. Dopo quattro ore finimmo col non credere più.

— Era un effetto dei pali telegrafici, quella montagna! — esclamavo, e mostravo le forme strane e nebulose che lo scorcio della lunga linea di pali metteva sull’orizzonte.

— Se fosse stata una montagna non sarebbe sparita! — osservava Ettore giudiziosamente.

— Eppure non poteva essere che una montagna — concludeva Borghese che io trattavo fra me di ostinato.

Ci persuademmo d’essere ancora molto lontani dalla mèta, e cademmo in una melanconica rassegnazione.

Quel giorno era toccato a me il posto nel montatoio. Quell’angolo offriva delle emozioni nuove e non sempre piacevoli. Costringeva a stare contorti, seduti di fianco, con i piedi a sinistra, sul predellino, fuori dell’automobile, e con la testa voltata a destra; una posizione da najade in una fontana, alquanto incomoda per un lungo viaggio. La faccia all’altezza del cofano del motore riceveva tutte le calde emanazioni della macchina. A questo si aggiungeva una certa instabilità d’equilibrio nelle voltate e durante i forti sobbalzi dell’automobile, e bisognava attaccarsi a qualche sporgenza per non lasciarsi prendere all’imprevista dagli effetti dalla forza centrifuga. Tutto ciò è insignificante in una passeggiata, e forse anche divertente. È grave in un tragitto di molte ore, quando la stanchezza e la noia appesantiscono a poco a poco i muscoli e il cervello, quando l’immobilità forzata, il silenzio, la monotonia della strada, il caldo, la lunga veglia, finiscono col produrre un rilasciamento di ogni facoltà, un intorpidimento che non è sonno ma una dimenticanza di se stessi, dei luoghi, del