Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/238

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
192 capitolo ix.


naggio. La notizia del suo arrivo s’era sparsa in tutta la regione. L’avvenimento aveva messo in emozione la vallata del Tola. Veniva gente dalle tre città, e ne veniva dai lontani accampamenti di yurte. I cinesi, gente pratica, avevano organizzato un perfetto servizio di carrette a muli per condurre i curiosi a vedere il chi-cho e ricondurli alle loro palizzate. Si vedevano arrivare a cinque, a sei per volta di quei loro singolari veicoli, che somigliano già un po’ alla telega russa, gremiti di gente vestita a festa per la solenne occasione. Noi li chiamavamo gli omnibus. Non mancavano anche le vere teleghe, che salivano dalla città russa, portando con i vivaci colori dei costumi slavi un’aria di festosità. E una folla di mongoli arrivava a piedi e a cavallo, da tutte le parti: Lama vestiti di seta viola o gialla e dal cappello a pagoda, carovanieri, pastori, e a sciami arrivavano le donne, calzate di grossi stivali, agitanti la mole della loro pettinatura — che dà l’idea di un collare alla Medici applicato alla testa — sorridenti, ciarliere. Di tanto in tanto qualche cosacco si apriva un varco fra la folla e faceva un giro di ricognizione intorno all’automobile.

Tutta quella moltitudine ammirava con rispetto come davanti ad un sacro mistero. La popolazione mongola di Urga era stata da vari giorni informata, per mezzo degli agenti nativi della Banca, del prossimo arrivo di carri che correvano da soli; si era voluto prevenirla per evitare qualche possibile conseguenza del fanatismo e della superstizione che potevano essere risvegliati dall’arrivo improvviso di macchine così strane nella città santa del Lamismo. E tutti i giorni la Banca riceveva visite di mongoli che venivano a domandare notizie su quei tali carri che correvano da soli. Le loro domande erano di una ingenuità divertente. Essi avevano la impressione che i prodigiosi veicoli non dovessero correre sul suolo ma nell’aria; volevano sapere a che distanza si potevano guardare senza pericolo; chiedevano se non sarebbe stato imprudente mettersi davanti a loro anche quando fossero stati fermi. La convinzione più diffusa era che quei carri fossero trascinati da un invisibile cavallo alato. “Ma come fanno gli stranieri a gui-