Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/237

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urga 191


che si erano messe insieme per festeggiarci, per confortarci delle nostre fatiche, e che avevano affrontato adunanze, discussioni, ordini del giorno.... Il signor Stepanoff era presidente ed anima del comitato. Incominciò ad Urga per noi l’indimenticabile serie delle accoglienze generose e sincere, grandi e piccole, che ci diede lungo tutto il gigantesco viaggio il conforto continuo di simpatie amichevoli, che schiuse avanti a noi porte di palazzi e porte di capanne, che ci fece sentire ovunque la dolce atmosfera della vera ospitalità, di quella ospitalità che dice: Vieni, questa è la tua casa!

Dalle finestre delle nostre camere dominavamo tutta la valle del Tola e le sue città disperse. La Bogda-ola ci era di fronte, alta ed ampia, con la sua imponente vetta nera di pini. La leggenda vuole che su quella vetta sia la tomba di Jingis-khan. Magnifica tomba per un dominatore. Forse è tale leggenda che santifica la montagna. Tagliare gli alberi e cacciare lassù è considerato un sacrilegio. Nessuno vi sale, quasi per non disturbare il sonno del grande imperatore. I mongoli, interrogati del perchè non vadano mai sulla Bogda-ola, rispondono che la montagna fu fatta da dio per il suo divertimento, e che egli solo la frequenta godendovi i piaceri delle passeggiate e della caccia. Nella loro concezione la montagna non sarebbe che un giardino privato della divinità. Come tutti i primitivi abitanti delle vaste pianure, essi hanno per il monte una venerazione religiosa. È sulla sommità delle alture che erigono i loro obo; essi salgono per pregare; ogni elevazione è creata per avvicinare la terra al cielo. La Bogdaola è la più alta, dunque è la più sacra. E su di lei v’è una foresta: impressionante mistero per l’uomo delle praterie. Esiste una specie di culto per l’albero nella Mongolia, perchè è raro. Chi sa quale oscura reverenza suscita nella semplice mente del nomade quella forma strana che esce dal suolo. Spesso è adorato come un feticcio, e noi abbiamo incontrato sovente, e fin nella Siberia meridionale, di questi alberi deificati ai cui rami si agitavano innumerevoli striscie di carta con preghiere scritte.

L’Itala era oggetto d’un incessante e inverosimile pellegri-