Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/241

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urga 193


dare il cavallo invisibile?„ domandavano al signor Stepanoff dopo avere ascoltato imperterriti le più ingegnose spiegazioni atte a convincerli che il cavallo non c’era.

I popoli primitivi vivono costantemente in un mondo favoloso; spiegato tutto con l’intervento dell’invisibile; la loro ignoranza trova un mistero in ogni cosa, ed una potenza occulta in ogni mistero; il miracoloso è per loro una forza naturale, e non li stupisce. Credono all’esistenza d’un cavallo alato, ma non possono credere ad una complicata creazione dell’ingegno umano. Nella loro mente l’incredibile è verità e la verità è incredibile.

Non sappiamo quanto la vista della nostra macchina abbia modificato le opinioni preventive dei cittadini d’Urga sull’automobilismo. Certo è che la folla in ammirazione intorno all’Itala la stringeva da tutte le parti, ma lasciava avanti a lei strada libera; ed anche i cinesi convenivano pienamente in questa savia misura di prudenza. Il nome dato dai mongoli all’automobile era “la macchina che vola„. È probabile che la sua notizia, portata al passo del cammello, sia arrivata alle tribù lontane sotto forma di una nuova leggenda. Anche il Gran Lama s’era interessato molto del nostro prossimo arrivo. Gli fu subito spedito un corriere a cavallo.

Nel pomeriggio il Governatore cinese venne a farci visita. Una staffetta arrivò al gran galoppo ad annunziarlo. Poco dopo sulla strada soleggiata comparve, avvolto in una nube di polvere, il corteggio dell’alto dignitario. Il palanchino era portato da quattro mongoli a cavallo, con una destrezza meravigliosa; le aste del veicolo erano semplicemente posate sull’arcione, e i quattro portatori galoppavano mantenendo le distanze: se uno di loro si fosse scartato d’un palmo, quel povero governatore, con tutto il palanchino, avrebbe fatto la fine meno dignitosa. Uno stuolo di soldati mongoli e cinesi, di ufficiali, di dignitari, precedeva e seguiva a cavallo l’eminente mandarino. V’era alcunchè di primitiva nobiltà e di fierezza in quel gruppo variopinto che arrivava con irruenza tempestosa. Nulla eguaglia in espressione guerriera il volto del soldato mongolo dai lunghi baffi spioventi.