Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/274

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224 capitolo x.


tratto d’un conoscente. Quelle vestigia camminavano nella nostra stessa direzione, ed erano recenti. Sparivano alle volte; nel piano le avevamo perdute; poi le ritrovammo e ne avemmo uno strano piacere. Parlavamo di loro. Da quanto tempo erano state impresse: Da un’ora, forse da meno. Segnavano il passo sicuro e lungo di due uomini giovani. Non erano carrettieri, perchè un carrettiere siberiano guida molte teleghe in fila, e lì invece due uomini scortavano un solo carro. Il carro sembrava poco carico, i suoi solchi erano leggeri; doveva portare qualche mercanzia preziosa che pesava poco ed esigeva buona guardia. Non s’immagina quali piccole cose bastino, nella monotonia infinita d’un viaggio come il nostro, a risvegliare la curiosità e a fornire un inesauribile argomento di conversazione. Un indizio, una traccia, un rumore, trasportano l’immaginazione nel bel mondo inesplorato delle congetture. È l’unico divertimento.

Per un declivio raggiungemmo i nostri europei. Erano due giovani russi, biondi e aitanti, dall’aria di operai. Dal carro protetto da una tenda, si affacciò una donna, giovane anch’essa, con un bambino al seno. Scambiammo un saluto: Do svidania! E fu il primo nostro saluto russo.

L’Orchon ci apparve, fiancheggiato da una sitibonda folla di piante rigogliose, serpeggiante nella sua immensa valle verde sulla quale pascolavano mandrie di buoi. Lo vedevamo dall’alto. Per un momento lo credemmo l’Iro. Poi il sentiero volse al nord, discese le alture, ci condusse per altri piani dove fummo costretti a ricominciare le esplorazioni. Passammo dei fiumiciattoli, confluenti dell’Iro, entrandovi prima a piedi per tastarne il fondo e cercare i punti meglio guadabili per l’automobile. Dei sabbioni pesanti e difficili annunziarono la vicinanza d’un gran fiume. E finalmente l’Iro, limpido, largo, veloce.

L’avevamo raggiunto. Ma come attraversarlo? Era possibile passare con la forza del motore? Ettore entrò nell’acqua; non aveva fatto cento passi che lo vedemmo andar giù fino all’anca. Tornò indietro dicendo: