Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/277

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sulla via di kiakhta 227


della probabile portata degli spruzzi, quando qualcuno piombò dietro a me sulla mia sella. Era un mongolo, il quale trovava la cosa naturalissima: egli si afferrò con serena confidenza alle mie spalle, ridendo, ed arrivammo così insieme all’altra riva, fraternamente.

In mezzo al fiume le ruote dell’automobile scomparvero, e l’acqua gorgogliando passò sul piano della carrozzeria. I buoi ebbero un istante d’incertezza sentendosi spingere dalla corrente vorticosa che li faceva deviare; ma i gridi e il pungolo li piegarono di nuovo allo sforzo, ed un minuto dopo assistevamo allo spettacolo poco comune d’un’automobile uscente dal bagno, tutta rorida e gocciolante, lasciando dietro a sè una larga traccia di acqua. Dal momento in cui eravamo arrivati sulla riva sinistra a quello nel quale raggiungevamo la destra erano trascorse due ore e mezza. È molto per fare trecento metri di strada.

Un’ora dopo eravamo pronti a superare l’ultimo lembo della Mongolia. Avvertimmo quella brava gente dell’arrivo di altri carri come il nostro, e partimmo. In quel momento fra la brava gente si accese una disputa dall’apparenza più feroce, causata dalla divisione del danaro guadagnato. Si sarebbe detto che stessero per metter mano ai coltelli, se non si sapesse che i mongoli rifuggono con orrore dal versare sangue; la loro religione lo vieta, ed essi ubbidiscono alla lettera. Quando vogliono vendicarsi d’un nemico, lo strangolano.

Correvamo veloci. Avevamo fretta di passare la frontiera russa. Non so perchè, ma avevamo l’impressione che al di là della frontiera russa le difficoltà del viaggio fossero finite. Nutrivamo la incoraggiante illusione che oramai tutto si riducesse ad una gran serie di passeggiate. Sulle carte le strade da Kiakhta cominciavano ad essere segnate con due linee invece che con una sola: non era la prova di un gran cambiamento? Quelle due linee ci sembravano deliziose a vedersi. Aprivamo ogni tanto la carta niente altro che per percorrerla con l’occhio, pregustando la gioia d’un ininterrotto “sessanta all’ora„.