Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/396

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dove si fermarono a guardarci con aria esterrefatta. Sembravano così storditi che avremmo potuto domandar loro la borsa o la vita con perfetto successo.

Durante le nostre brevi fermate eravamo assaliti da nuvoli d’insetti, che ci pungevano fino ad insanguinarci la faccia. Soffrivamo duramente per questo noto flagello siberiano, terribile sopra tutto nella foresta. Gli abitanti per difendersi avvolgono il capo in lunghi veli neri che scendono loro sul petto e sulle spalle. Tutti, uomini, donne, e bambini, indossano nell’estate questo lugubre abbigliamento. Esso dà la sinistra impressione d’una gramaglia, di un perenne segno di lutto portato da un popolo intero.

Erano le sei quando uscendo dai boschi vedemmo nella lontananza velata biancheggiare un gran fiume: il Jenissei. Un’ora dopo arrivavamo sulla sua riva destra, di fronte ai campanili ed alle cupole azzurre di Krasnojarsk. Fiume magnifico, fra rive alte e verdi, ampio, veloce — quasi frettoloso di rifarsi della lunga immobilità invernale — solcato da battelli e da vapori, tagliato dalle leggere e singolari piroghe indigene fatte d’un sol tronco di albero scavato. Avanti alla città il Jenissei si divide in due rami, che abbiamo attraversati su grandi e solide barche. Degli ufficiali di polizia ci aspettavano, e ci condussero ad un albergo per vie quasi deserte. Krasnojarsk riposava nel perpetuo chiarore delia notte siberiana.

Ci siamo fermati una giornata intera a Krasnojarsk, una tediosa domenica che abbiamo trascorso nell’albergo perchè di fuori pioveva, i negozi erano chiusi, le strade silenziose, e la città aveva un’aria desolata come se la popolazione fosse fuggita sotto la minaccia di qualche ignoto pericolo. Scendevamo nella corte, ogni tanto, a dare un’occhiata all’automobile che subiva la “gran ripulitura„. Ne aveva bisogno; il fango era penetrato in tanta quantità nei buchetti del radiatore, da impedire la libera respirazione di questo polmone del motore. E al fango attribuivamo l’incidente del freno riscaldato, incidente che ci aveva fermati anche nell’ultima tappa. Grazie alla polizia ritrovammo a Krasno-