Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/418

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360 capitolo xvi.


Noi vigilavamo il funzionamento dell’automobile con un timore che non era scevro d’affetto. Avevamo finito per voler bene a quella docile macchina che ci portava. La consideravamo quasi un essere vivente; la chiamavamo la «nostra grossa bestia»; le gridavamo «brava!» quando superava le difficoltà, la compassionavamo quando restava impigliata nel fango, la spronavamo con parole incoraggianti nelle ripide salite, come fosse stata un cavallo. Da un mese non la lasciavamo un istante, vivevamo della stessa vita e le nostre stanchezze ci pareva dovessero essere anche le sue stanchezze. Tanta intimità ce l’aveva fatta conoscere così bene, che tutti i rumori e i suoni dei suoi movimenti ci erano familiari, e ci accorgevamo subito della minima inesattezza. Ascoltavamo sempre il rombo del motore con la maggior ansia, spiando il temuto primo sintomo di qualche malattia.

Alle sette di sera trovammo un breve tratto di strada buona. Non avevamo ancora perduto la speranza di giungere a Tomsk. Riprendevamo coraggio. Tomsk era a cinquanta verste. Alle nove, alle dieci, potevamo essere in uno dei suoi grandi alberghi. Ci si presentò un piccolo pantano in fondo ad un largo solco. Non v’era modo di evitarlo. A destra e a sinistra v’era un folto bosco di betulle e di abeti — singolare ritorno della taiga. Il Principe scese per esaminare il terreno, entrò nel pantano, sentì i piedi impigliarsi nella mota. Non v’era altro da fare che tentare il passaggio con velocità.

L’automobile arretrò, prese lo slancio, scese il fossato tagliando il fango con le ruote anteriori, risalì con uno dei suoi terribili balzi felini. Ci credevamo liberati dal pericolo, quando ci trovammo fermi, col motore ruggente. La macchina non era passata tutta: le ruote posteriori erano affondate fino ai mozzi. Si trovarono afferrate e tenute come in una morsa, e non vi fu sforzo di motore o di braccia che riuscì a smuoverle.

A tre verste doveva esservi un villaggio: Turunta-yeva. Borghese lasciò noi a guardia dell'automobile, e si allontanò in cerca di soccorso. Dopo un’ora lo vedemmo ricomparire accompagnato