Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/420

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
362 capitolo xvi.


Verso le nove e mezza ci rimettemmo al lavoro. Con l’aiuto delle leve il disincaglio fu facile. In poco più di mezz’ora potemmo riprendere il cammino. Una lunga discesa pavimentata di tronchi d’albero ci condusse al villaggio di Turunta-yeva, dove passammo la notte, ospitati da una vecchia contadina che non aveva altro da venderci che del pan nero e del latte. Ad onta dell’ora tarda venne il pope del villaggio a vedere l’automobile. Era il primo pope siberiano che non mostrasse orrore per quella macchina; un giovane biondo, dall’aria nazarena. Ci salutò con un gesto contegnoso, riandò via senza dire una parola.

Ci sdraiammo a dormire sul pavimento dell’isba. Ma da qualche giorno non dormivamo più tranquillamente; i nostri sonni erano agitati; la stanchezza non bastava a farci gustare il riposo. Ogni ora d’immobilità ci pareva un’ora perduta. Avremmo desiderato di correre sempre. Non per avere un record ma per andar lontano, per ritrovare la nostra vita e la nostra terra.

Quel giorno avevamo compito il primo mese di viaggio.


Lasciammo Turunta-yeva alle tre del mattino.

Dopo una ventina di verste, arrivammo in un grosso villaggio: Khaldeyeva. Prima di attraversarlo volemmo esplorarne il fango. Lo trovammo impassabile. Piuttosto che tentare l’impossibile impresa di forzarci la via col motore, era meglio chiedere un aiuto anticipato. Il villaggio dormiva ancora. Bussammo all’isba dello Starosta, e lo pregammo di fornirci cinque forti cavalli da traino. Il brav’uomo si alzò ed andò a requisirli. Khaldeyeva fu in rumore. Vennero i cavalli e gli abitanti, fra i quali molti kirghisi, così simili ai buriati e ai mongoli da poterli definire dei mongoli maomettani.

I cavalli furono attaccati con le lunghe funi all’automobile: due mujik, antichi artiglieri cosacchi, che s’erano battuti anche nell’ultima guerra, montarono i cavalli di testa alla postigliona, conducendoli all’attacco mirabilmente con un trotto disteso, e fustigandoli con le nagaike. Tutta la popolazione assisteva alla bizzarra corsa attraverso il paese.