Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/45

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da parigi a pechino 3


Matin cercandovi altre notizie sullo strano viaggio. Lettere di adesione empivano colonne; erano lettere in gran parte accese di un entusiasmo troppo anticipato per resistere a lungo. Una fra tante fermò la nostra attenzione, perchè di un italiano, e perchè concisa e fredda come una ricevuta. Eccola:


M’inscrivo alla vostra prova Pechino-Parigi con un’automobile “Itala„. Vi sarò riconoscente se vorrete farmi sapere al più presto ogni particolare perchè possa regolarmi nella preparazione.

Principe Scipione Borghese.


Il nome e lo stile mi fecero subito pensare: Ecco un uomo che dice sul serio!

Don Scipione Borghese mi era noto per la sua fama di automobilista e di viaggiatore. Nel 1900 egli, attraversata la Persia in carovana, in parte per regioni poco note, si era internato nel Turkestan, era risalito per le vaste steppe di Barabas fino a Barnaul, da dove, navigando sull’Obi e sul Tom aveva raggiunto Tomsk, e con Tomsk la ferrovia Transiberiana che lo condusse al Pacifico. Sul suo viaggio aveva scritto un libro, un libro da studioso che aveva tutta la rigida esattezza d’un libro di bordo, minuzioso, calmo, tecnico, che dimostrava nello scrittore una mente riflessiva, chiara, non distolta troppo nella osservazione dagl’impulsi dell’emozione, dell’ammirazione, del sentimento. Si sentiva nell’autore un matematico più che un poeta, s’intuiva in lui il predominio del cervello sul cuore, della volontà sulla sensibilità. Il Principe Borghese mi appariva uno di quegli uomini che vogliono, che sanno, che agiscono. Egli non si sarebbe iscritto alla corsa Pechino-Parigi se non fosse stato sicuro di partire, ed una volta partito avrebbe fatto tutto quanto è umanamente possibile per trionfare. Ebbi immediatamente fiducia in lui.

Interrompendo la lettura del Matin il Direttore mi disse con tono d’improvvisa risoluzione: