Pagina:Barzini - La metà del mondo vista da un'automobile, Milano, Hoepli, 1908.djvu/467

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

gli urali 407


grandi strade dell’umanità, la più grande forse, che da epoche immemorabili ha visto un flusso e riflusso di razze e di civiltà, che ha portato verso l’Occidente le maree tartare ed ha portato verso l’Oriente la marea slava: strada maestra di conquiste e d’idee, di religioni e di tesori, di leggende e di mercanzie, di eserciti e d’oro. Avevamo sentito intorno a noi tutto il misterioso fascino dell’Asia, specialmente laggiù nella Mongolia, nei vasti silenzi, in mezzo a un popolo sognante, assorto nel pensiero di infinite rincarnazioni, che considera la vita presente un episodio infimo come il moto d’un’onda nell’oceano, che vive per la morte; ed avevamo pensato se non fosse nell’aria, nell’acqua di quel centro asiatico una qualche mistica potenza che distaccasse milioni d’uomini dal mondo. Le più grandi religioni sono nate nell’Asia; sono scaturite come faville da quella terra accesa d’ideali, per divampare lontano.

L’idea d’un’anima, che forse è la più alta idea che abbia mai avuto l’uomo e che ha creato la coscienza, la virtù e la bontà, è un’idea asiatica. La nostra scettica civiltà materialista, refluendo sull’Asia, urta nel grande dispregio delle cose terrene. Non trova l’ostilità; trova di più: l’indifferenza. E l’indifferenza stessa del mujik, quella serena contentabilità che è il solo ostacolo ad un rapido progresso della razza slava, non è che una eredità dell’Asia. Nel risveglio siberiano sono gli stranieri che portano l’iniziativa e l’energia maggiori, che comunicano una febbre di attività all’anima contemplativa e sognante del popolo biondo. Noi avevamo sentito l’Asia in tutto, nell’abbandono delle strade, nella indifferenza e nella rassegnazione della gente ad ogni circostanza della vita, nella stessa ospitalità che ci accoglieva e che non voleva lasciarci ripartire perchè non comprendeva il valore del tempo, perchè non sapeva rendersi ragione delle nostre premure, della stessa nostra corsa così lunga e così inutile. Per noi la traversata dell’Asia non aveva rappresentato soltanto una successione di paesaggi; avevamo avuto un contatto intimo e costante con quella gran terra e con le sue genti; passando dai cinesi ai